«ESPERANZA - Esperanza Dj Set» la recensione di Rockol

Esperanza Dj Set - ESPERANZA - la recensione

Recensione del 10 gen 2012 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Esperanza, un nome curioso. E nel caso di questo nuovo progetto, italiano di sangue e tedesco di stampa, azzeccatissimo. Perchè la speranza del titolo si trasforma in una bella certezza: quella di aver scoperto un disco profondamente interessante ed in grado di valorizzare ancor più la presenza di esponenti del Belpaese nella scena elettronica europea.
Solo pochi mesi fa si segnalava in vetrina su Rockol l'ottimo disco d'esordio dei Walls “Coracle”, altro progetto elettronico per metà italiano (con Alessio Natalizia aka Banjo or Freakout ed ex Disco Drive) e pubblicato da un'etichetta germanica, la prestigiosa Kompakt. Proprio seguendo l'esplosione dei Walls ed un loro remix per gli Esperanza, siamo venuti a conoscenza di questo trio composto dal DJ milanese Cécile (al secolo Carlo Alberto Dall'Amico), da Matteo Lavagna (sempre dai Disco Drive) e da Sergio Maggioni (produttore e batterista per gli Hot Gossip). A credere in loro, anche stavolta, una label teutonica, la Gomma Records, già casa dello stesso Cécile e di gente come WhoMadeWho e Munk.
Il loro omonimo esordio si apre con “Wasting our time”, un incontro tra i Cure e l'anima latina di Lucio Battisti e prosegue con “Sirena”, che vede la partecipazione vocale del già citato Banjo or Freakout: un ambient semi-acustico con discese dark e risalite glo-fi. “Aliante giallo” è l'abbraccio perfetto tra tech-house, dub e chitarre post-rock, uno dei pezzi migliori del lotto. In “Hanamachi” subentrano i Thievery Corporation in acido e sonorità nipponiche, mentre “Fiore” inizia con suoni minimal-dubstep notturni ed algidi, attraversati poi da fisarmonica ed echi black direttamente da Detroit.
“Jaipur” è uno dei pezzi trainanti del disco: cassa techno-minimal e sfumature kraut-cosmiche, per sette minuti esatti di piacere; “Whale” è forse fin troppo debitrice nei confronti di Pink Floyd (chitarre) e Massive Attack (vedi attacco alla “Angel” a metà pezzo), mentre “Ink” ricorda, ma stavolta con personalità più techno, i Radiohead minimali di “Kid A” e “Amnesiac”. Chiude “Harp”, con piano alla James Blake e testo speranzoso e leggero (“We can start again”).
E un nuovo inizio pare esserci davvero per l'elettronica made in Italy. Quella di qualità, quella che riesce ad uscire dagli stereotipi e ad essere veramente credibile. Quella che pur essendo debitrice di numerose influenze, riesce a trasformarle in qualcosa di unico e personale. Poi ci si potrebbe chiedere perchè siano i tedeschi a credere per primi in questi progetti, ma questa è un'altra storia...

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