«DREAM ATTIC - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - DREAM ATTIC - la recensione

Recensione del 07 ott 2010

La recensione

Non è il primo a scegliere il palcoscenico e un disco dal vivo, Richard Thompson, per presentare in pubblico un repertorio interamente inedito (qualche precedente: “Time fades away” di Neil Young, 1973; “Running on empty” di Jackson Browne, 1977; “Big world” di Joe Jackson, 1986). Ma facendo di necessità virtù (anche per meri motivi pratici: abbattere i costi di registrazione sostenuti in proprio) ha pescato un jolly: nessuno dei suoi ultimi album, neppure il convincente “Sweet warrior” di tre anni fa, aveva altrettanto smalto e brillantezza, un suono così caldo e “presente”. A conferma che il venerando folk rocker, 61 anni compiuti lo scorso aprile, è ancora in forma strepitosa e che la sua dimensione ideale resta il concerto, non lo studio di registrazione. I musicisti che lo accompagnano nella spericolata avventura, tutti nordamericani (anche se il polistrumentista Pete Zorn vive da trent’anni a Londra), si guadagnano sul campo una medaglia al merito: imparati di gran carriera i provini per voce e chitarra acustica ascoltabili nel secondo Cd della “limited edition”, i quattro hanno avuto a disposizione pochissime prove prima di tuffarsi nella mischia, chiamati all’arduo compito di rispondere d’istinto e di mestiere agli assolo e alle estemporanee improvvisazioni del leader. Costretti a tenere le orecchie bene aperte, insomma. A restare sulle punte dei piedi in stato di massima allerta: e si sente. Quel che si ascolta in “Dream attic” è, né più né meno, quel che è accaduto sul palco durante il tour nordamericano dell'inverno scorso (i nastri provengono per lo più da tre concerti tenuti alla Great American Music Hall di San Francisco). Nessuna sovraincisione, nessuna correzione vocale, un solo minuscolo “edit” e qualche “smorzata” appena sugli applausi, mentre l’immagine stereo del missaggio riproduce fedelmente le posizioni “on stage”: i sax, il flauto, la chitarra acustica e il mandolino di Zorn a sinistra, Thompson e la sezione ritmica al centro, il violino e l’altro mandolino di Joel Zifkin a destra. Tutti hanno il loro spazio, anche se è ovviamente il capobanda a farla da padrone, imbracciando la chitarra elettrica (una Fender Stratocaster, stavolta, in luogo della Ferrington degli ultimi tour) e sputando fuoco da par suo. Non solo con le note ma – sovente – anche con le parole, a partire da quel pezzo d’apertura, “The money shuffle”, che beffardamente inveisce contro i finanzieri ingordi di Wall Street galoppando su un riff di sapore mediorientale che a qualcuno ha ricordato i primi Roxy Music. Il bersaglio si fa ancora più preciso in “Here comes Geordie”, ritrattino al curaro di un vip di Newcastle noto per la sua vanità e per il suo impegno ecologista: dopo Madonna, Kenny G e Janet Jackson anche Sting, si direbbe, è finito sulla graticola di mr. Thompson (che nega, ma non sono in molti a credergli). E’ un gentile (e un po’ manieristico) minuetto folk-barocco, ad ospitare parole così velenose, e d’altra parte l’impronta British e tradizionale in “Dream attic” è ben presente a dispetto del tiro rock della maggior parte delle canzoni. Aromi tradizionali abbondano in “Demons in her dancing shoes”, nostalgico e divertito ritratto danzante dell’East End londinese anni ’50, nell’ipnotica “Burning man” (una obliqua presa in giro di un certo neotribalismo nordamericano), nella desolata aria di “Among the gorse, among the grey” e soprattutto nella travolgente murder ballad “Sidney Wells”, storia di un camionista serial killer narrata con abbondanza di particolari raccapriccianti come in un articolo di cronaca nera: quanto di più vicinio, soprattutto nella pirotecnica coda strumentale, a un’altra epica storia di sesso e di morte, la classica “Matty Groves” che consegnò alla storia i Fairport Convention di “Liege and lief”. Il noir, del resto, è una specialità della casa e “Crimescene” utilizza i dettagli minuti di una scena del crimine per descrivere gli scempi che lo scorrere del tempo produce sul corpo e sulla mente umana. Il tema è tosto, lo svolgimento pure: la voce e la chitarra di Thompson urlano autentica rabbia e disperazione (quanti artisti della sua età hanno conservato altrettanto fuoco nelle vene?), e da lì in avanti il disco – molto lungo, 13 titoli per oltre 73 minuti di durata – ingrana una marcia superiore. Soprattutto in “A brother slips away”, commovente dedica a tre amici recentemente scomparsi (uno dei quali sarebbe il grande chitarrista Davy Graham) risolta in una meravigliosa elegia gospel, con un Thompson insolitamente a nudo: come ha puntualmente commentato qualche recensore inglese, si candida già a perfetta “canzone da funerale”. Anche le ballate di rimpianto e d’amor perduto rientrano da sempre nelle sue corde, e qui ce ne sono un paio di ottima fattura: “Stumble on” ha la linearità e la rotondità melodica di certe sue cose anni ’80 – primi ’90; mentre “If love whispers your name”, in chiusura, si scioglie nell’assolo più vertiginoso, graffiante e liberatorio di un disco che di chitarra elettrica fa il pieno. Troppa tristezza, troppo “doom and gloom”? No, perché i ritmi sono spesso sostenuti e il clima si alleggerisce con il rock’n’roll celtico di “Bad again” e lo scoppiettante rockabilly di “Haul me up”. E poi c’è “Big sun falling in the river” che, a dispetto dell’amarezza del testo, è una delle cose più pop e solari che Thompson abbia scritto in vita sua: un incrocio tra i Mamas and Papas di “California dreamin’ ”, i Talking Heads di “Take me to the river” e una linea di basso che evoca addirittura “Billy Jean” di Michael Jackson. Non meriterebbe di diventare un singolo di successo?



(Alfredo Marziano)

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