«WAKE UP! - John Legend» la recensione di Rockol

John Legend - WAKE UP! - la recensione

Recensione del 05 ott 2010 a cura di Alessandra Zacchino

La recensione

Alla notizia della candidatura di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, moltissimi cantanti e rapper hanno sentito forte l’esigenza di scendere in campo e mobilitare le masse per fare la differenza. Durante la campagna per la presidenza, mentre i candidati si davano battaglia nelle pubbliche piazze, gli artisti si riunivano in uno studio di registrazione e intonavano un vecchio successo di Harold Melvin & The Bluenotes: “Wake up everybody”. Nel 2008 era un grido lanciato da nomi come Mary J. Blige, Babyface e Wyclef per invogliare la gente a registrarsi al voto. Nel 2010 Obama è alla Casa Bianca, ma quella canzone è ancora il simbolo dell’urgenza di svegliarsi e attuare il cambiamento. “Wake up!” - titolo che echeggia un'altra canzone che ha fatto da ispirazione, quella degli Arcade Fire - è oggi anche un album che testimonia l’unità d’intenti di due nomi da tempo interessati più ai contenuti che alle alte sfere delle classifiche: John Legend & The Roots.
Insieme hanno dato vita al progetto “Wake up!”, album che raccoglie dieci perle vintage del soul e del funk di almeno quarant’anni fa. Dati i nomi coinvolti, ci si aspetta subito una certa cura e ricerca della qualità, ma ciò che di questo album colpisce piacevolmente è l’utilizzo (a parte la title track) di canzoni meno note e scontate, tutte con un forte significato e messaggio sociale che, seppur riferito ad epoche e piaghe lontane come il Vietnam (“I can’t write left handed” di Bill Withers), non suona affatto sorpassato. E’ proprio questo che per certi versi addirittura sconvolge: temi come le guerre e il razzismo non passano purtroppo mai di moda. La ricerca a ritroso del binomio Legend/Roots, punta quindi molto sul contenuto, ma anche su un lavoro archeologico per scovare dieci canzoni dal grande impatto musicale che non siano già super inflazionate. Così, “Wake up” si apre con l’irresistibile sound di “Hard times”, scritta da Curtis Mayfield ed interpretata a suo tempo da Bobby Huey & The Baby Sisters; “Compared to what” di Eugene McDaniels; la già citata “Wake up everybody”, qui con l’ausilio di Common e Melanine Fiona e via via, “Little ghetto boy” di Donny Hathaway, proposta anche in chiave “spoken word” da Black Thought nel preludio, “Hang on in there” di Mike James Kirkland, “Wholy holy” di Marvin Gaye e “I wish I knew how it would feel to be” di Nina Simone.
John Legend e i Roots quindi, rispolverano vecchi sentimenti di protesta e speranze future con un sound rispettoso dei pezzi originali, ma lo traducono in una maniera assolutamente attuale. Non a caso l’unico inedito della raccolta, la canzone “Shine” scritta da Legend, è un po’ la somma di tutto ed è strategicamente posta alla fine, come a fare da resa dei conti, lasciando spazio alla speranza che arrivino tempi migliori e che nessuno tra altri quarant’anni senta il bisogno di esclamare ancora “Wake up!”.

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