«AMERICAN SLANG - Gaslight Anthem» la recensione di Rockol

Gaslight Anthem - AMERICAN SLANG - la recensione

Recensione del 16 giu 2010

La recensione

Quando uscì “The ‘59 sound”, nel 2008 in pochi si accorsero dei Gaslight Anthem. Poi il disco diventò, come si dice in gergo, uno “slow burner”, facendosi notare lentamente ma inesorabilmente. E non ha più smesso, tanto che i Gaslight Anthem oggi sono uno dei nomi più chiacchierati e attesi del nuovo rock.
“American slang” è il degno successore di quell’album, e conferma la band di Brian Fallon come una delle realtà più interessanti e per certi versi anomale del nuovo rock indipendente. Perché lo stereotipo vuole che le giovani band facciano di tutto per sembrare “cool”, per citare i suoni giusti. Invece i Gaslight arrivano orgogliosamente dalla periferia, sia geografica che musicale: sono del New Jersey, e non citano i Joy Division o i Television, ma il loro compatriota più noto, rivisitato in chiave punk-rock. Già lo facevano nel disco precedente, qua lo fanno ancora meglio, in maniera più adulta e personale.
Rispetto a “The ’59 sound”, “America slang” è un disco meno “citazionista”, in tutti sensi: Fallon continua a raccontare le sue storie sottoproletarie (“I called for my father but my father had died/while you told me fortunes, in American Slang/Look at the damage/the fortunes came for the richer men/while we’re left with gallows”, dice la title-track). Però lo fa senza riferimenti diretti ed espliciti, come in passato. Canta riflettendo sul passare del tempo, sulla gioventù spensierata che se ne va: “We did it when we were young”, dice la canzone di chiusura. E lo fa con una musica sempre secca, che deriva qualcosa dal punk rock americano (i Ramones, ma anche i Replacements).
Il suono però è più pulito: le chitarre non fanno solo riff, ma ricamano. Fallon continua a non essere un gran cantante, ma continua anche ad avere quell’urgenza, quella carica che ti fa perdonare l’assenza di una gran voce.
“American slang” è uno di quei dischi che ti entrano sotto pelle, che non ti lasciano più, se ti piace il rock americano, se ti piace una musica che non sia fighetta, ma vera o quantomeno verosimile. Ce ne fossero di gruppi come i Gaslight Anthem…

(Gianni Sibilla)

Ps: per rispetto alle scelte anti-citazioniste dei Gaslight Anthem, la recensione ha omesso volutamente di citare quell’artista che è considerato il riferimento più diretto della band, e che nel 2009 ha duettato per due volte con la band. Chi è? Indovinate un po’…:

TRACKLIST

01. American slang
02. Stay lucky
03. Bring it on
04. The Diamond Church street choir
05. The queen of Lower Chelsea
06. Orphans
07. Boxer
08. Old haunts
09. The spirit of jazz
10. We did it when we were young
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