«IDENTITIES - Idir» la recensione di Rockol

Idir - IDENTITIES - la recensione

Recensione del 07 apr 2000

La recensione

Tre album in quasi trent’anni, eppure la fama di Idir presso gli immigrati algerini di Francia è pari a quella di un eroe. Strana figura di intellettuale poeta e cantante, Idir il berbero vive da tempo le contraddizioni della sua gente, ormai lontana dalla madrepatria eppure non ancora completamente di casa in Francia, una sorta di limbo che impedisce alle due metà di unirsi in un tutt’uno armonico. «La Francia intera deve affrontare le sue diverse identità. Sono convinto che si dovrebbe accentuare il loro valore e che le diversità dovrebbero conoscersi meglio. La vita del mondo si basa sulle nostre differenze! Dopo di che, suppongo che il tempo farà il resto. Da tutte queste differenze nascerà un’area di identità basata sul consenso comune e lì la maggior parte delle persone si sentirà a casa», dice Idir nelle note introduttive a questo album, che egli stesso considera un tributo nel quale egli è il solo ad essere presente in tutti i brani. L’idea è quella di creare un terreno musicale comune dall’interazione di personaggi che presentino affinità musicali o culturali, e in questo senso “Identities” è un album eccezionale, che può vantare un cast di ‘fratelli’ senza precedenti, a riconferma del ruolo carismatico che Idir ricopre nella società francese e nella comunità dei musicisti. Un album in cui è la musica cabila a farla da padrone ma con l’innesto di contributi essenziali: c’è la voce della Scozia (Karen Matheson, ‘il raggio di sole che ogni tanto manca alla Scozia’, come l’ha definita Sean Connery), il clandestino Manu Chao, gli algerofrancesi Zebda, l’ugandese Geoffrey Oriema, la chitarra celtica di Dan Ar Braz, il violino bretone di Gilles Servat, la fisarmonica di Frederick Galliano...tutti insieme per una sola causa, che è quella di colorare la musica di Idir con sonorità ‘amiche’, mentre profondo e fortissimo rimane il legame con la musica della sua terra natale, la Cabilia: la sentite nelle percussioni trance, nelle incessanti vibrazioni delle sonagliere, nei tamburi e nei suoni degli strumenti a fiato, nonché nel pacato cantato di Idir, protagonista principale di questa avventura. Sono i suoi testi a chiedere ragione delle diversità, dell’odio nel mondo, della stupidità della guerra, della sofferenza dei poveri, con parole garbate e tuttavia ferme e inflessibili. “Identities” è un passaporto fatto di musica, un anello che ancora di più salda Africa ed Europa, proprio come si proponeva Idir all’inizio del lavoro. Fa pochi dischi, lui – tre in trent’anni - ma sa quando e per cosa muoversi, quando vuole.
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