«THE UNREAL MCCOY - Virginiana Miller» la recensione di Rockol

Il ritorno sorprendente (in inglese) dei Virginiana Miller: "The unreal McCoy"

Recensione del 30 mar 2019 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Quando in redazione, qualche settimana fa, ci hanno scritto dicendo che stavano tornando i Virginiana Miller, la prima reazione è stata un piacevole stupore. Da queste parti seguiamo da sempre la band livornese: erano quasi sei anni che non davano segni di vita, da quel gran disco che fu "Venga il regno". I Virginiana Miller sono stati (e sono) una cosa particolare nel panorama italiano: nati nel giro del rock indipendente degli anni '90, autori di canzoni profonde, originali nella scrittura musicale e dei testi, con un taglio quasi letterario che li ha sempre resi diversi dal resto.

La seconda reazione, ascoltate le canzoni, è stato uno stupore ancora maggiore: perché la band non solo torna all'improvviso, ma con un disco totalmente in inglese. Su questo stupore,  abbiamo costruito un gioco: abbiamo fatto ascoltare al buio "Old baller" ai nostri lettori - qualcuno li ha pure scambiati per gli Interpol, molti li hanno riconosciuti subito.

"The unreal McCoy" è una sorta di concept album sulle contraddizioni dell'America di oggi, raccontate contemporaneamente dall'esterno e dall'interno: i Virginiana costruiscono personaggi e musiche in linea con questa idea, ma con un punto di vista che, inevitabilmente, è quello di chi vive dall'altra parte dell'oceano.

Le canzoni frequentano i mondi di quel genere musicale che, appunto, viene chiamato "Americana" - e che per i Virginiana è sempre stato un riferimento prima ancora della nascita di questa etichetta: il country-rock di "The end of the innocence" e "Motorhomes of America", il cantautorato classico di "Soldiers on leave", il rock di "Lovesong", per fare alcuni esempi. Ma è soprattutto nei testi che i Virginiana giocano con questo mondo, immaginario ma non troppo: Il titolo rovescia l'espressione "The real McCoy", un modo di dire anglosassone usato per indicare qualcosa di vero e genuino. L'etimologia del termine è difficile da tracciare, ma qua McCoy viene ribaltato: è irreale. E' vero e falso contemporaneamente.

I testi di Simone Lenzi sono racconti che portano alla mente Carver e Cheever (recentemente rispolverato pure dai Massimo Volume, che hanno basato "Il nuotatore" sulla sua famosa storia breve dallo stesso titolo). Ovvero, piccoli quadri minimali di figure apparentemente insignificanti, che finiscono per dire molto di pù di ciò che appare ad una lettura letterale. Come "old baller", termine che indica un uomo che sposa una donna più giovane e crea una nuova famiglia - e forzato dalla nuova moglie - dimentica i figli precedenti. In questo caso, l'old baller è stato abbandonato, è solo ed abbandonato e spera in un ritorno. La title track, invece, parla di un McCoy che incarna vari stereotipi dell'immaginario mericano e che si chiede: "Do you think I died in vain ro save the fatted calf under a dusty rain to make America great again?", si chiede, citando lo slogan elettorale Trump.

Gli arrangiamenti sono puliti e precisi, così come il cantato di Simone Lenzi, che ha una buona pronuncia (forse talvolta indugia un po' troppo su qualche parola, per essere sicuro di dirla nel modo giusto, ma sono sfumature). Il risultato finale è un gran bel disco, che si lascia ascoltare fuori dal tempo e fuori dal luogo di produzione: "The unreal McCoy" conferma che i Virginiana Miller sono davvero una cosa unica nel panorama musicale italiano. Bentornati, anche in questa veste.

 

TRACKLIST

01. The Unreal Mccoy (03:47)
02. Lovesong (03:16)
03. Old Baller (03:57)
04. Motorhomes of America (04:45)
05. Christmas 1933 (04:23)
06. The End of Innocence (03:52)
07. Soldiers on Leave (03:27)
08. Toast the Asteroid (04:13)
09. Albuquerque (04:22)
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