«C’EST LA VIE - Phosphorescent» la recensione di Rockol

Il nuovo album del cantautore statunitense, tra amore, famiglia e un occhio a Willie Nelson

Il moderno country senza confini di Phosphorescent: non c'è nulla da temere, "C'est la Vie".

Recensione del 18 ott 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Mica facile avventurarsi nel vecchio folk a stelle e strisce. Lo sa bene un tipo avventato come Matthew Houck che, con lo splendente nome di Phosphorescent, ha combinato spirito moderno e sentimenti antichi, arrivando a essere uno dei nuovi depositari di quel genere definito, appunto, “Americana”. Il retroterra in cui si è mosso il cantautore infatti è quello dei grandi classici, Willie Nelson su tutti, ma con la voglia di allargare i propri orizzonti e farsi largo in un panorama sconfinato quanto le aree geografiche a cui si associa.

Quanto poi successo all’eclettico Houck negli ultimi cinque anni, quando dal tex-mex ibrido di “Muchacho”, nel 2013, l’uomo fosforescente ha centrato l’obiettivo di portare a un pubblico via via più vasto il suo mondo di cuori fuorilegge e ballate solitarie, è stato il materiale emotivo che gli ha offerto la spinta per misurarsi con nuove storie. Il risultato, dal pragmatico titolo di “C’est La Vie” è arrivato, appunto, dopo un periodo piuttosto complicato, in cui Matthew ha reagito facendo spallucce ai colpi bassi della vita, consapevole che non sempre le cose vanno nella direzione sperata. Concentrando maggiormente l’attenzione più sui temi da affrontare che nel loro allestimento, il lavoro in studio è stato realizzato in modo diretto ma anche più sfaccettato, libero di uscire e rientrare dai confini, sempre piuttosto larghi, del country, per abbracciare rock, tropicalismi, blues e atmosfere psichedeliche. Smussati gli angoli di una certa retorica folk, il baricentro del disco ruota intorno a quegli umori introspettivi e dolciastri che hanno trasferito in musica le esperienze vissute in prima persona dal moderno menestrello di Athens: amore, famiglia e i chilometri che separano le sue città d’adozione, Nashville e New York.

Registrato nella quiete del proprio studio casalingo, “C’est La Vie” bilancia con attenzione gli inciampi e le incertezze personali del suo autore seguendone il percorso con deliberata disomogeneità, appassionante e singolare, perennemente sospesa tra passato e presente. Circondata di sintetizzatori, chitarre, lap steel, tamburi e quant’altro, la protagonista dei racconti di Houck è proprio la sua voce, calda e confidenziale, spinta da un sottile moto di rivalsa ma anche da disincantata fatalità. Si riflette così su un momento difficile dell’esistenza in un continuo alternarsi di aperture e momenti più cupi rielaborando tradizione e innovazione. Uno sferragliare western, la slide e la bandiera della Confederazione, le atmosfere soffuse e una luminosa cavalcata space rock lanciata in “Around the horn” si mescolano in un rifrullo incessante di riflessioni, di riverberi e di fascinazioni lontane. Ci sono le ballate delicate di chi si trova a proteggere una nuova vita, come “My beautiful boy”, dedicata alla nascita del figlio e le ritmiche rilassante sullo stesso tema di “New born in New England” che si lasciano andare a reminiscenze frizzanti di Vampire Weekend. E, ancora, l’apparente pacificazione dell’anima di “C’est la vie no. 2” e le difficoltà confessate nell’intima “These rocks” ("Ero ubriaco da un decennio”, ammette con tono semplice e diretto), così come la sognante nostalgia evocata da un Natale sottosopra raccontata nell’ipnotica malìa di “Christmas down under”.

Phosphorescent fa di questo “C’est La Vie” un mezzo per raccontare il proprio vissuto e allontanare quei demoni che bussano alla sua porta, lasciandoli lì a guardare affacciati sull’uscio. Come prima di lui Conor Oberst in “Ruminations/Salutations” e il Sufjan Stevens di “Carrie & Lowell” e prima ancora Neil Young in “Tonight’s the Night”, Matthew Houck trova la forza di affrontare ricordi, tensioni e immagini che affollano il suo percorso di uomo, di padre e di artista. Non c’è equilibrio in questo cammino, perché alla fine non si tratta che di fasi di un unico grande viaggio: basta ripetersi che in fondo “c’est la vie”.

 

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TRACKLIST

02. C'est La Vie No.2 (03:25)
04. There From Here (05:20)
05. Around the Horn (08:11)
07. My Beautiful Boy (05:46)
08. These Rocks (04:26)
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