«CARRIE & LOWELL - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

Sufjan Stevens - CARRIE & LOWELL - la recensione

Recensione del 08 apr 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

C'è una madre depressa e alcolizzata che abbandona la famiglia e c'è un figlio che cresce senza darsi pace di questa lontananza. In mezzo ci sono un vuoto, una mancanza indicibile, un lutto da elaborare. "Carrie & Lowell" dà un suono a quel vuoto e misura il bisogno disperato di avere una madre. Non è il grido primordiale di John Lennon e nemmeno l'elaborata recriminazione di Roger Waters ai tempi di "The wall". Il songwriter americano Sufjan Stevens evoca nei testi la confusione emotiva derivante dall'abbandono della madre e il dolore per la morte della donna, eppure la musica trasmette un senso di serenità quasi incantata e mette in fila scene acustiche costruite con pochi strumenti, ma incredibilmente efficaci nella loro delicatezza. Trasfigurando la sua storia personale e quella della sua famiglia con riferimenti alla mitologia e alla natura, mescolando verità e finzione, Stevens scrive uno dei suoi dischi migliori. Sentitelo distrattamente e ne ricaverete l'impressione di un album lento, monocorde, noioso. Ascoltatelo con attenzione e sarete catturati dal suo stile ellittico e dal suo tono asciutto.

Sufjan Stevens non è uno che procede per piccoli aggiustamenti di stile. Ogni volta che affronta un progetto inventa un mondo sonoro. I suoi ultimi lavori sono una composizione di musica contemporanea dedicata a un'arteria stradale che collega Brooklyn e Queens; una raccolta di canzoni elettroniche ispirate al lavoro dell'artista Royal Robertson affetto da schizofrenia paranoide; un box set contenente cinque EP di canzoni natalizie dove i National stanno a fianco a fianco con l'autore rinascimentale John Dowland. Per "Carrie & Lowell" Stevens ha scelto un registro differente, forse perché la storia lo riguarda in prima persona. La Carrie del titolo è la madre del cantautore. Schizofrenica, depressa, alcolizzata, con problemi di droga, lasciò la famiglia quando Sufjan aveva solo un anno. I due hanno continuato a rivedersi durante le vacanze del ragazzo in Oregon, la cui natura fa da sfondo evocativo alle canzoni dell'album. La donna è morta di cancro nel 2012. Lowell è il patrigno Lowell Brams, con cui il cantautore è rimasto legato anche dopo la rottura con Carrie. Nel 1998 Brams ha fondato con Stevens l'etichetta Asthmatic Kitty di cui è oggi direttore.

"Carrie & Lowell" non è però un disco di fatti, anche se spesso affiorano scene vissute e flash provenienti dal passato. No, "Carrie & Lowell" è un'altra cosa: è la trasfigurazione di quei fatti in una dimensione sognante fatti di riferimenti letterari, immagini poetiche, associazioni d'idee, passaggi criptici. È come entrare nella testa del cantautore, dove s'affollano ricordi, pensieri, immagini. Quasi ci s'imbarazza a sentirlo cantare in modo candido di dolore, perdono, depressione, lutto, confusione mentale, pensieri suicidi, masturbazione. Stevens riempie il disco di riferimenti alla natura dell'Oregon, dov'era solito incontrare la madre nelle estati della sua infanzia. "Il paesaggio ha cambiato il mio punto di vista", canta e qua e là si ha la sensazione che l'album possa inserirsi nel filone di "Greetings from Michigan" e "Come on feel the Illinoise". A volte Stevens si rifugia nella Bibbia e nella mitologia greca, qualche volta si permette di essere semplice e diretto: "Mio fratello ha avuto una figlia / La bellezza che porta, illuminazione". Persino il racconto della morte della madre in "Fourth of July" è allo stesso tempo descrittivo e struggente.




Se i testi sono evidentemente elaborazioni di un uomo adulto e colto, le musiche sembrano arrangiate da un bambino - e lo dico in senso positivo. "Carrie & Lowell" vive anche di questo contrasto. Ha un tono meditativo, ma leggero, un'intimità mai esibita. Evoca fin dalla prima canzone gli "spiriti del silenzio". Gli strumenti sono pochi e suonati con leggerezza, quasi con cautela. Infiniti arpeggi di chitarre acustiche e nugoli di tastiera rappresentano l'ossatura delle canzoni, cui sono aggiunti pochi altri elementi, rifiniture d'atmosfera, banjo, pianoforte. Stevens privilegia il suono compresso di singole note a quello più risonante degli accordi, lasciando che i vuoti siano riempiti da piccole armonie e bordoni fantasmatici. Usa il suo timbro più delicato e in maniera molto naturale lo porta sulla parte più alta del suo registro. A volte raddoppia la voce, come ad avvolgerla in una calda coperta. Si offre in tutta la sua vulnerabilità. Rinuncia ai suoni di batteria, ai beat elettronici, all'orchestra, come se fosse necessario raccontare questa storia in modo semplice. Arriva a registrare alcuni pezzi in una stanza d'hotel con il suo iPhone e sceglie melodie che procedono per piccoli moti, trasmettendo un grande senso di intimità, e in certi passaggi ricorda la compostezza senza tempo di Simon & Garfunkel e la fragilità di Elliott Smith.

Sufjan Stevens si tiene lontano dalla rappresentazione retorica del dolore e solo così riesce a produrre un disco struggente. "Carrie & Lowell" fugge la sintassi del sentimenti che siamo abituati a sentire applicata alla musica. Non cede al melodramma, nemmeno quando potrebbe farlo facilmente, e nemmeno all'autobiografismo fine a se stesso. Non richiede la nostra compartecipazione facendo leva sul pathos, ma conquista la nostra empatia facendoci intravedere l'intrico psicologico che sta dietro alla storia. Ci racconta quanto è possibile amare una madre, anche se è una figura che si è autoesclusa dalla nostra vita e non ci è famigliare. Non si compiace della sofferenza, racconta il desiderio di autodistruzione e lascia intravedere vie d'uscita, in nuovi affetti famigliari e nella fede. Esprime il dolore in modo originale, trasfigurandolo in un'esperienza spirituale. E nel farlo, colma con la musica e il perdono il vuoto lasciato dalla morte.
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