«COMUNQUE VADA SARA' UN SUCCESSO - Piotta» la recensione di Rockol

Piotta - COMUNQUE VADA SARA' UN SUCCESSO - la recensione

Recensione del 08 lug 1999

La recensione

Certi intellettuali – specialmente quelli che fanno bella mostra di sé sulle pagine dei quotidiani - alla fine sono come i ricchi: spesso si annoiano. Pur di sconfiggere la noia – che peraltro deriva dalla loro velleità di dividere in categorie il mondo, e di disprezzarle tutte in egual misura - sono disposti a tutto. E allora uno come Piotta diventa fenomeno musicale prima, di costume poi, culturale infine. “L’estate dell’orgoglio coatto”, titolano i giornali, mentre i soliti opinionisti sprecano riserve di inchiostro per vergare a mano il nuovo verbo del coatto, con tanto di must e di out, citando riferimenti culturali e modelli colti di coatti ante-litteram (nomi incredibili, roba da non crederci), fino a sguazzare nel nido lasciato ancora caldo dal posteriore del gallo cedrone Verdone. Il quale, dopo aver fatto un film semplicemente patetico e jurassico in quanto a citazioni e riferimenti, adesso si becca pure la patente di ‘precursore di una moda’ e ci mangia sopra con il libretto “Fatti coatti”. E che dire degli stilisti già ingabbiati nella nuova categoria - fresca di telegiornali - di guru del nuovo coatto-style? In tutto ciò, chissà come se la ride Piotta. E come se la ridono i Robba Coatta. Chissà se si immaginavano questo putiferio, questo assurgere a idoli e maestri di pensiero dell’estate alle porte. Piotta è uno che ha studiato, che quando è intervistato si mette lì seriamente a spiegarti che quello der coatto è anzitutto un progetto. Insomma, robba seria prima ancora che coatta. Il suo coatto non è un personaggio estremo, ma è il romano in generale, che nasce ‘coatto’ per natura se paragonato a un milanese, così come un napoletano nasce ‘casinaro’ rispetto a un genovese. Sono stereotipi, ma funzionano, perché poi alla fine gli habitat sociali restano e l’Italia tutto sommato è ancora quella di “Campanile Sera”. Piotta è Gigi Proietti in “Febbre da cavallo” di Steno, è Tomas Milian alias commissario Nico - quello che riempie di sberle Bombolo - è la Roma violenta dei film con Maurizio Merli; è il Carlo Verdone di “Lo famo strano?”, il Califano di “Tutto il resto è noia” e tanto altro ancora…tutti coatti? Sì, per comodità di definizione, ma questa è Roma, anzitutto nell’immaginario di chi ci vive. Piotta fa colpo principalmente su due categorie di persone: quelli che si divertono e non chiedono altro che ballare “Supercafone” finché dura (veri coatti), e quelli che, proveniendo da un’estrazione ‘sociale’ molto diversa – vedi gli intellettuali di cui sopra - alla fine vorrebbero essere Piotta (falsi coatti). A loro l’ingrato compito di ‘liberarsi’ a ritmo del cafone. Non abbiamo ancora parlato del disco, che non rifugge dai peccati tipici dell’hip hop nostrano pur con qualche attenuante: Piotta è noioso quando si prende sul serio e divertente quando vuole far divertire (v. “Supercafone”), ma se non altro parla sempre e comunque di sé ed evita di predicare in generale sui malesseri del mondo. Le basi si distaccano da quelle in gran parte grigie che affollano la scena italica e in alcuni casi – “Supercafone” con la sua citazione di "Soul man" e “Ma quando!?” – mettono in mostra discrete ideuzze. Un album onesto nelle intenzioni e decoroso nel prodotto, orgogliosamente ‘contro la robba commerciale’. «Supercafone eccolo qua…» tutto il resto, compreso “l’elogio del cafone”, è delirio da canicola. E noia, per dirla con Califano.
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