«DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN - la recensione

Recensione del 01 gen 2013 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Quando Mike Appel, l’impresario più funesto che il rock abbia mai espresso, ti incastra in una querelle e ti blocca fuori da uno studio per tre anni, che fai? E poi, quando finalmente riesci a mettere piede in sala di registrazione e realizzi che il tuo nuovo album sarà il seguito di “Born to run”, come la metti? Come pensi di eguagliare quell’inatteso ‘wall of sound’, di consolidare quella tua posizione unica che sta tra Elvis e Bob, di alimentare la tua leggenda e, insieme, di gestire quella popolarità che ti sta per spedire dritto dallo strizza?
Se sei Bruce Springsteen , se è il 1978 – tutto intorno risuonano punk e new wave, stantio country rock della West Coast, disco music e decadenza, vagiti rap – ti accolli il peso e partorisci “Darkness on the edge of town”. Non lo sai ancora, ma sarà uno dei tuoi cinque classici in assoluto: con un nuovo suono, all’alba di un tour leggendario, con liriche potenti, con una band che diventerà il benchmark con cui misurarsi.
“Darkness” prende vita a Los Angeles, dove Spingsteen si presenta con una tale quantità di canzoni formidabili da ritenere non all’altezza del nuovo album pezzi come “Fire” e “Because the night” e dove, in compagnia di Jon Landau (co-produttore), di Jimmy Iovine (ingegnere del suono) e di Chuck Plotkin (mix) regala innanzitutto una nuova identità alla E Street Band. Lo fa “dimenticando” Phil Spector e lasciando che gli strumenti emergano dalla matassa sonora che era stata un punto di forza e di sintesi in “Born to run”, nel quale erano solo il sax di Clarence Clemons e la sua voce a stagliarsi come ricami su un tessuto così compatto da suonare spesso come un unico strumento. Ed ecco spuntare, invece, ora il soul regalato dalle tastiere e dal piano di Federici e Bittan, ora una sezione ritmica unica della quale la chitarra di Little Steven è il terzo perno ed ora, soprattutto, la chitarra di Bruce, capace di assoli lancinanti, essenziali, sprovvisti della tecnica di un virtuoso ma originalissimi, certe volte perfino geniali. Passaggi struggenti come in “Adam raised a Cain”, che propone il tema ricorrente del conflitto padre-figlio che determinerà molta della produzione di Bruce, o molto orecchiabili come in “Prove it all night”.



L’album vive di un inevitabile confronto col suo predecessore: il migliore esploratore del sogno americano prosegue il suo viaggio, rivendica coerenza ma stavolta si misura con la sua volontà e capacità di evolvere. Altre autostrade e automobili, sì, ma non più a simboleggiare la fuga - al contrario: esprimono i tratti essenziali di tanti “ordinary Joe”, di quella gente comune che, per la prima volta, il rock prova ad elevare ad eroi. In “Darkness” il tema fondamentale è la spinta a non rinunciare a vivere, ad ambire costantemente a un’esistenza migliore: le sue liriche inquadrano senza pietà le difficoltà del quotidiano, gli affanni, i piccoli drammi che uccidono lentamente il sogno e l’ingenuità, ma è la pulsione ad andare oltre che prevale: “Alcuni smettono di vivere e cominciano a morire un po’ alla volta, altri tornano a casa, si fanno una doccia ed escono in strada” (da “Racing in the street”). La galleria dei personaggi springsteeniani è una carrellata di gente che si spezza ma non si piega, che va avanti a testa alta verso una “Promised land” che sta alla fine di una serie di delusioni. Vivere per sopravvivere è un abominio, sembra suggerirci, e così abbandona il romanticismo e le allegorie di “Born to run” e intinge la penna in strati di filosofia che aumenteranno la mistica dei fans nei suoi confronti. In maniera spesso disarmante ma a presa rapida: “Something in the night” è credibile per ciascuno di noi quando esprime l’angoscia irrazionale che la notte ci riversa addosso al termine di una giornata “normale”. “Darkness” è più album di qualsiasi album: il tono, il suono, i testi hanno un senso corale, definiscono un momento nel tempo perché solo l’insieme delle singole canzoni riesce a trasmettere il messaggio dell’autore. Eppure, ciò premesso, le perle non mancano. Più ancora che “The promised land” e “Racing in the street”, il vero capolavoro è “Badlands”, che nello stesso istante in cui è scelta per aprire l’album è destinata a diventare un inno: una reazione ai soprusi, un manifesto contro la frustrazione delle ingiustizie, una dichiarazione di fede nella vittoria contro un mondo ostile, un grido di ribellione che la E Street Band rende ancora più credibile con la sua dinamica potenza.




In “Darkness on the edge of town” Springsteen vive letteralmente le sue canzoni: mette in piazza la sua crescita personale, scrive ispirato dalla gente comune. Sullo sfondo, la figura torreggiante di un padre reale che non è più simbolo di un conflitto generazionale ma è la prova tangibile della sua conoscenza della realtà - la devastante normalità della provincia americana - da cui una fama agognata ma scomoda cerca di distoglierlo. E’ la giustificazione stessa della sua padronanza di certi temi, diversamente così lontani dalla dimensione di una rockstar planetaria. E così che le liriche del suo quarto album diventano una guida pratica sulla sopravvivenza, un trattato minore in cui gli uomini sono divisi in due categorie: da una parte disillusi e inerti sopravviventi, dall’altra maltrattati ma non per questo disposti ad arrendersi. Nel parteggiare ovviamente per i secondi, Bruce ricolloca il rock, lo conduce verso una nuova dimensione, porta la musica su terreni inesplorati: trascende le etichette che lo avevano quasi disintegrato in quel periodo, suona con la forza del punk, canta con straordinaria consapevolezza sociale. E, forse, suggerisce che “le cose che possono essere trovate solo nel buio ai margini della città” stanno proprio là, dove il realismo e il sogno si incrociano con dolore e con magia.
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