«VICIOUS LIES AND DANGEROUS RUMORS - Big Boi» la recensione di Rockol

Big Boi - VICIOUS LIES AND DANGEROUS RUMORS - la recensione

Recensione del 19 dic 2012 a cura di Michele Boroni

La recensione

Gli Outkast sono stata la band (un duo, in realtà) più innovativa e con personalità nell'hip-hop degli ultimi 15 anni: all'inizio del 2000 riuscirono a portare una ventata di aria fresca al genere, rinnovandone gli stereotipi e riprendendo gli insegnamenti della migliore black music. Poi arrivò l'inevitabile divisione (già l'ultimo “Speakerboxxx / The Love Below” era sostanzialmente l'insieme di due dischi solisti). Dei due, Big Boi era l'anima più street, cazzona e decisamente più prolifica (ma ultimamente anche André 3000, non sta con le mani in mano: suo il più bel featuring dell'anno nel disco di Frank Ocean, e ora come attore sta girando la biopic su Jimi Hendrix).
Dopo il bel disco di due anni fa (“Sir Lucious Left Foot The Son Of Chico Dusty”), Big Boi torna ora con “Vicious Lies and Dangerous Rumors” e, diciamolo subito, è una gioia per le orecchie. Raramente in questi ultimi anni si è ascoltato un disco così vario, eclettico, divertentissimo, ben prodotto e con una manciata di singoli che potenzialmente potrebbero scalare le charts.
Sebbene abbia imparato a perfezione la lezione del funk psichedelico di George Clinton, Big Boi non ha un vero e proprio suono che lo identifica, ma riesce a creare per ogni traccia una sonorità diversa. Per questo non ha bisogno di produttori dai nomi altisonanti, ma preferisce far da solo, coadiuvato da Chris Carmouche, lo stesso con cui ha vinto un Grammy per il lavoro svolto in “Speakerboxxx / The love below“.
In “Vicious Lies...” si va dal hip-hop martellante di “In The A”, al pop scintillante di “CPU” con Sarah Barthel dei Phantogram (segnatevi questi nomi, li risentiremo presto), dal genio minimalista di “Rapsberries” al singolone da classifica con Kid Cudi di “She hates me”, piacione ma con stile.
Il Prince di fine anni '80 è sicuramente nel pantheon di Big Boi, tanto che per il singolo “Mama told me” con Kelly Rowland, ha utilizzato il beat di “Automatic”.



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Big Boi però non ci accontenta dei riferimenti alla black music, ma prova ad esplorare territori non banali. In “Apple of my Eye” campiona creativamente la chitarra di “Intro” degli XX e in “Shoes for running” si fa accompagnare dalla punk rock band Wavves con un ritornello che non sfigurerebbe in un disco degli Animal Collective (era nei piani anche un featuring dei Mumford & Sons, che poi all'ultimo è saltato).
Sul flow di Big Boi e dei suoi ospiti (Ludacris, B.o.B, A$AP Rocky, Sleepy Brown) non si discute, mentre i testi non si discostano molto dal tema figa e affini (ascoltate “She said Ok” contenuta nella versione DeLuxe). Uniche eccezione, “Tremendous Damage” sulla prematura scomparsa del padre e l'intensissima chiusura “Descending” tra Prince e How To Dress Well.
Per una volta la copertina – che non è mai stata la carta vincente delle produzioni hip-hop – non solo è esteticamente piacevole, ma fotografa perfettamente il mood del disco.
Tanti schizzi di colori, tanti stili, un unico volto.
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