«LUMINEERS - Lumineers» la recensione di Rockol

Lumineers - LUMINEERS - la recensione

Recensione del 18 dic 2012 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Due nomination ai Grammy 2013, cover story su Billboard, concerti sempre più affollati, un singolo-fenomeno da un milione e mezzo di copie e un album (uscito lo scorso aprile) che negli Usa veleggia oltre quota mezzo milione: la risposta americana ai Mumford & Sons è servita. Si chiamano Lumineers , sono in tre, provengono da Denver e si sono trasferiti a Nashville dove, in uno stabile che al pian terreno ospita una pizzeria, ha sede la minuscola etichetta che li ha lanciati (Dualtone Records, sei persone in tutto). E' una classica storia da self made men americani, condita da una fortunatissima "sincronizzazione" nel serial televisivo "Hart of Dixie" (ma poi anche in un film, e nello spot del motore di ricerca Bing di Microsoft) che ha fatto di "Ho hey", contagiosa ballata corale da festa di paese, un improbabile ma solidissimo hit estivo (ripreso anche nelle playlist di alcune radio italiane).

Come il gruppo di Marcus Mumford cui vengono giocoforza apparentati, i tre Lumineers (due uomini e una donna) presidiano il lato più solare, estroverso e caciarone del movimento neo folk ormai popolarissimo oltre Atlantico e popolato da artisti più ambiziosi, introversi e forse anche più dotati. Con i loro cappelli, le loro bretelle e le loro maniche di camicia arrotolate (e una gavetta non da ridere alle spalle, sono in giro dal 2005), Wesley Schultz, Jeremiah Fraites e Neyla Pekerek cucinano un menù semplice, "povero" e nutriente, improvvisamente tornato appetibile per il pubblico di massa dopo un'indigestione di junk food e di produzioni industriali ad altissimo costo. Non sono dei fenomeni ma un combo fresco e vivace baciato dalla fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto, perché gli ingredienti non sono molto diversi da quelli di altre band emerse improvvisamente in superficie: belle voci (soprattutto quella di Schultz, intensa e vibrante), chitarre acustiche, mandolini, violino, violoncello, rullanti e grancasse percossi con energia e canzoni da cantare (prevalentemente) in coro coinvolgendo il pubblico come ai tempi degli hootenanny, le feste informali in cui la musica faceva da collante e momento conviviale. Lo chiamano, oggi, alternative folk anche se qualcuno, nel dopo Mumford, ha già coniato un nuovo termine ad hoc, "banjo pop", per distinguere questa ondata dalle precedenti: un po' rozzo e impreciso, magari, ma rende l'idea di quel vivace connubio tra antico e moderno, tradizione e adesione allo "spirito dei tempi".





"Ho hey", in cui è proprio quella tipica invocazione a botta e risposta a marchiare la canzone con un segno distintivo e riconoscibile, è un buon biglietto da visita per i Lumineers e la loro musica, una forma di intrattenimento semplice e popolare che oggi trova improvvisamente moltissime orecchie disposte a prestare ascolto. Non è (per ora) un fenomeno imposto dai mass media o dall'industria, e questo rende meritevoli di considerazione musicisti come i tre ragazzi di Denver, che a Mumford e compagni assomigliano per lo svolgimento in crescendo di certe canzoni ("Classy girl") e che comunque non fanno musica monodimensionale: alla tradizione quasi purista di "Charlie boy" rispondono con le melodie pop di "Submarines" e di "Dead sea" (che ricorda persino la Electric Light Orchestra...), agli "o-ooh...u-uuh...ah-aah" del secondo singolo "Stubborn love", un canto da Montagne Rocciose servito a ritmo tambureggiante, con le chitarre elettriche della riflessiva ballata "Slow it down" e il rock sostenuto di "Morning song", ai battimani e alle rullate bandistiche di "Big parade" (un amarcord americano che evoca i tempi di John Kennedy e di Roy Orbison) con i nostalgici accordi di pianoforte da vaudeville di "Flapper girl". E' musica calda e accattivante che funziona da antidoto ai tempi confusi e complicati che stiamo vivendo, rispondendo a una voglia di "verde", di bio e di semplicità che ha contagiato anche la scena musicale. Sarà solo un "fad", una moda passeggera, o l'inizio di un nuovo ciclo fruttifero e duraturo?
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