«TUTTI USCIAMO DI CASA - MasCara» la recensione di Rockol

MasCara - TUTTI USCIAMO DI CASA - la recensione

Recensione del 07 mag 2012 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Tutti, prima o poi, usciamo di casa. Chiamiamola emancipazione, oppure semplice ricerca di una libertà ad un tratto necessaria; sentirsi pronti per affrontare, trovare la propria strada attraverso le mille che la vita ti propone. Con magari tanta rabbia, sicuramente altrettanto entusiasmo, un briciolo irruenza e quel po’ di stupidità che non può e non deve mai mancare. Ognuno di noi l’esperienza dell’uscire di casa l’ha vissuta (o la vivrà) a modo suo. Ed è sicuramente un qualcosa che si fa raccontare. Certo, l’invenzione del romanzo di formazione non è cosa recente, come non è nuova l’idea dell’album di formazione. Quello che ogni volta cambia però è la sostanza, quello che vai a raccontare.

A questo giro è toccato ai varesini MasCara, Lucantonio Fusaro (voce, chitarra), Claudio Piperissa (chitarra), Marco Piscitiello (basso), Nicholas Negri (batteria) e Simone Scardoni (piano, synth e violoncello), parlare della loro esperienza. E l’hanno fatto con un lavoro intitolato appunto, “Tutti usciamo di casa”, un album scritto in una sala prove situata in un ex cinema e registrato presso il Mono Studio di Milano con la supervisione di Matteo Cantaluppi (già al fianco dei MasCara sul primo EP, “L’amore e la filosofia”, e produttore di The Record's, Edipo, Canadians, Nesli). Un lavoro composto da dodici storie legate l’una all’altra da un unico filo conduttore: diventare grandi.
Contenutisticamente l’album ripercorre le varie fasi (emotive e non) del passaggio dalla giovinezza all’età adulta attraverso una descrizione, o meglio, una trasposizione dettagliata, chiare e diretta, degli stati d’animo che si arrivano ad attraversare. Dai primi massi mossi, ai progetti per il futuro (“Ciò che ambisco di più / che sogni anche tu / è diventare l’ennesimo Dorian Gray”). Dalle paure e ansie (“Di rabbia e gelido senso del ritmo / senso di vuoto / mentre si affronta la vita”), al rapporto con i genitori (“Com’eri giovane come ora sono io / quanti dei tuoi sogni ci hai spezzato come pane sulla tavola”). Dall’irruenza di chi vuole spaccare il mondo (“Il sangue che sale / lo sento fluire / mi spinge ad urlare”) fino a quella che sembra essere la rivendicazione fondamentale, fulcro dell’intera opera: il diritto cioè di vivere in pieno il proprio tempo (“Supplica di un uomo che vorrebbe / la sua storia la sua memoria / la sconfitta o la sua gloria / vuole un posto per sognare / per poi dire al proprio amore / che io qui abiterò”).
E se da un lato la trama del disco gira intorno ad un nucleo compatto, musicalmente i MasCara si muovono con incredibile padronanza dei propri mezzi, in un territorio di confine, in bilico tra una tendenza cantautorale italiana (per quanto comunque di genere) veicolata dalle liriche e da un cantato di Lucantonio Fusaro sempre estremamente chiaro e fruibile, e una costruzione sonora di stampo spiccatamente new wave che chiama in causa in primis i Cure (“Le città da costruire”) e poi Depeche Mode (il riff di “I giorni di Urano contro”), Editors (“La stanza”) e Maccabees (“Tutti usciamo di casa”).

Attitudine pop e piglio alternativo che uniti generano dunque quella che potremmo definire una “new wave radiofonica”, un connubio riuscito, affascinante e perfettamente bilanciato tra due anime solo apparentemente in contrapposizione; il sound di una band giovane ma con le idee già chiare, capace di mettere in pratica la lezione impartita da anni di ascolti attenti. Un sound che calza a pennello ad un disco pesantemente autobiografico sia nella forma dunque, che nel contenuto, uscito alla fine di un cammino di maturazione umana e musicale palpabile in ogni pezzo dei dodici della tracklist.
“Tutti usciamo di casa” è, in sostanza, una bellissima sorpresa. L’esordio radioso di una band già meritevole di grande attenzione. Per quanto ci riguarda, sono entrati a far par parte di The Observer, il nostro osservatorio sulle band emergenti più interessanti in circolazione, passando dalla porta principale. L’augurio è che tutto questo sia solamente un punto di partenza. L’obiettivo? “Di sicuro il prossimo muro che faccio crollare / in centro a Berlino è quello del suono”.

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