«UNDERWATER SUNSHINE (OR WHAT WE DID ON OUR SUMMER VACATIONS) - Counting Crows» la recensione di Rockol

Counting Crows - UNDERWATER SUNSHINE (OR WHAT WE DID ON OUR SUMMER VACATIONS) - la recensione

Recensione del 10 apr 2012 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Togli un punto d’appoggio ad una band e cadrà. Elimina, per una volta, una delle sue componenti fondamentali e fallirà. Invece.
Togli le parole ai Counting Crows. Togli quei racconti a cuore aperto e tormentati di Adam Duritz, e la band perderà una buona parte del suo fascino, pure per noi italiani che le parole le ascoltiamo poco. Invece.
Invece Adam Duritz si è liberato, e per una volta si diverte a cantare non le sue ossessioni. Si diverte, davvero: è quanto ci ha raccontato nella nostra intervista e soprattutto quello che si sente in “Underwater sunshine”, che per l’appunto è un disco di cover, in cui la band californiana rilegge brani altrui, o quasi. Un disco più solare di tutta la (bellissima) produzione dei CC, più divertente e divertito.
O quasi, perché un fan o un pignolo potrebbe obbiettare che diverse canzoni in scaletta sono delle “auto-cover”, tratte dal repertorio di band (sconosciute, o quasi) come i Tender Mercies o i Sordid Humor, in cui hanno militato membri del gruppo. Brani che facevano già parte del repertorio dei CC da tempo; così come qualche altra cover, come “Amie” (Pure Praire League), “Start again” (Teenage Fanclub) addirittura già incisa come b-side. Ma, sinceramente, chi è così fan dei CC da sapere queste cose, a parte il sottoscritto?
Qualche altro pignolo potrebbe obbiettare che di dischi di cover non se ne può più, e che non è esattamente oculato pubblicare un album di brani altrui come prima uscita da indipendenti - i CC hanno abbandonato la Universal 3 anni fa. Verissime entrambe le cose. Ma questo sembra un disco dei Counting Crows, in tutto e per tutto. E la leggerezza delle canzoni potrebbe riportare la band ai suoi momenti migliori, canzoni di puro rock americano da “singalong”, da “Mr. Jones” a “Accidentaly in love” a “Big yellow taxi” (che, guarda caso, era una cover di Joni Mitchell).
Ci sono brani davvero puliti e dritti, come “Start again”, o “You ain’t going nowhere” (Dylan), ma anche “Untitled love song”, o di “Oh la la” (dei Faces). C’è il power-pop di “Coming around”, il rock di “Hospital”. E c’è, oltre a Duritz, una band con le palle, che rischia sempre di passare in secondo piano per il carisma del suo leader, ma che è fatta di signori musicisti. Una band che ricorda in più di occasione LA Band, quella con la “B” maiuscola guidata da Robbie Robertson. Onore soprattutto a David Immergluck, che impreziosice con il suo mandolino diverse canzoni (lo ammettiamo, dopo che lo abbiamo avuto in redazione a suonare con James Maddock lo apprezziamo come merita): sentite cosa combina in “Return of the grevious angel” della grande icona del country Gram Parsons.
Non c’è nessuna canzone famosissima in questo album. C’è solo una grande band, che ha scelto canzoni che valorizzano il proprio suono, e un cantante che per una volta non ha da esorcizzare i propri demoni ma canta in maniera più libera. Un ottimo disco di rock.

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