«CHIMES OF FREEDOM: SONGS OF BOB DYLAN - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - CHIMES OF FREEDOM: SONGS OF BOB DYLAN - la recensione

Recensione del 24 gen 2012

La recensione

Cinquant'anni di Amnesty International (e settanta, ormai quasi settantuno, di Bob Dylan ) valgono bene un piccolo monumento discografico. Settantasei canzoni settantasei - tre delle quali disponibili solo nell'edizione digitale del box - firmate (tutte o quasi..) dal Vate di Duluth, interpretate da suoi coevi e da gente che ai tempi dei rintocchi libertari dei Sixties era ancora nel ventre dell'universo, artisti di ogni lingua, colore e provenienza geografica: un omaggio intergenerazionale e multiculturale a un'idea pacifista premiata col Nobel e al più venerato, interpretato e (talvolta) frainteso autore di musica popolare del Novecento. Detto degli assenti (dov'è Springsteen? E Tom Petty?), i produttori esecutivi Jeff Ayeroff e Julie Yannatta hanno fatto uno sforzo immane allestendo un cast da kolossal. Non corrono il rischio di essere tacciati di lesa maestà, dal momento che "coverizzare" Dylan è uno sport praticato quotidianamente e a tutte le latitudini, e che è l'autore in prima persona a suggerire un atteggiamento irriverente, "uccidendo" e reinventando le sue creature ogni sera sul palco. Giusto, comunque, che sia la versione originale della title track ("Chimes of freedom", anno di grazia 1964: Kennedy era stato assassinato da poco e Amnesty un bebè di due anni appena) ad accompagnare i titoli di coda, e che sia il compianto Johnny Cash a dare il la con il pezzo più pregiato in scaletta: una versione ricreata ex post di quella "One too many mornings" che Bob e l'Uomo in Nero tentarono insieme (per poi riporla in un cassetto) ai tempi dii "Nashville skyline", e che qui vede Cash nel pieno vigore accompagnato virtualmente dai neotradizionalisti Avett Brothers tra banjo, chitarre acustiche e un profumo forte di monti Appalachi. Nient'altro, probabilmente, è a quell'altezza in un melting pot che serve come sempre ad accontentare (e scontentare) un po' tutti, a ribadire certezze, a rivedere pregiudizi e fare qualche bella scoperta. Vediamo.

Rock establishment
Patti Smith ("Drifter's escape") opta per un arrangiamento rock con qualche memoria dei Creedence, ma in passato ha fatto di meglio. Pete Townshend in versione folk singer sfoggia una voce tenera e flebile, e su "Corrina Corrina" si è già scatenato il dibattito (non è un Dylan autentico ma un traditional reinterpretato). Alle prese con "Girl from the North Country, Sting, voce fumosa e chitarra acustica, sembra francamente fuori ruolo, mentre Mark Knopfler agguanta il reperto antico di "Restless farewell" (1964, da "The times they are a-changin' ") per lanciarsi con violino, fisarmonica e tin whistle in una rivisitazione del sempre più adorato folk irlandese. La "Rainy day women" di Lenny Kravitz è didascalica al limite della caricatura; al contrario, Steve Earle è appassionato e competente in una struggente versione di "One more cup of coffee", Jackson Browne caldo e rilassato su "Love minus zero". Puntano molto sugli impasti vocali i Fistful Of Mercy di Ben Harper, Dhani Harrison e Joseph Arthur ("Buckets of rain"), mentre i veterani Eric Burdon, Paul Rodgers e Jeff Beck ruggiscono in tonalità blues e Joe Perry degli Aerosmith fa galoppare la slide su "Man of peace". Di segno opposto la chiave di lettura di Bryan Ferry e di Kris Kristofferson: uno riprende il mood patinato del suo "Dylanesque" di quattro anni fa, l'altro indossa i panni dell'hobo. Intanto Billy Bragg porta "Lay down your weary tune" in una festa hootenanny e l'immancabile Elvis Costello sceglie suoni calibratissimi, a metà tra vintage e moderno (più coro gospel) in "License to kill".

First ladies e vecchi maestri
Acccompagnandosi con il solo pianoforte, la signora Costello, Diana Krall, piega morbidamente ai suoi voleri "Simple twist of fate". Di tutt'altro tono la scelta dell'inquieta Sinead O'Connor , che in "Property of Jesus" affronta i per lei consueti temi religiosi tornando all'antica selvaggeria new wave. Sempre bravissima Lucinda Williams con una sconsolata e malinconica "Tryin' to get to heaven", mentre Marianne Faithfull evoca nostalgie ragtime. Quasi altrettanto stilosa Carly Simon ("Just like a woman"), mentre la lady dylaniana per eccellenza, Joan-Baez, distilla ancora note pure e cristalline nella minacciosa outtake folk "Seven curses" e l'indomabile Pete Seeger si professa, a 92 anni, "Forever young" con l'aiuto di una string orchestra. A proposito di vecchietti arzilli: fa la sua bella figura anche il sessantanovenne Taj Mahal, con una "115th dream" riletta con classe in tinta r&b.

Alternative rockers
I migliori, e più originali, sono i My Morning Jacket, protagonisti di una rilettura rarefatta e onirica di "You're a big girl now", mentre i Gaslight Anthem di "Changing of the guards" ribadiscono di essere springsteeniani più che dylaniani. La voce catramosa di Tom Morello fonde folk e metal in "Blind Willie McTell", e i Queens Of The Stone Age di "Outlaw blues" sembrano calcare le orme classiche di Bluesbreakers e Cream. Dave Matthews e la sua band recuperano una versione live, energetica e jazzata di "All along the watchtower", i quotati (negli Usa) Airborn Toxic Event se la cavano discretamente col violino e le sonorità elettroacustiche di "Boots of Spanish leather" e Michael Franti rielabora il rap ante litteram di "Subterranean homesick blues" (latitano, stranamente, i pezzi da novanta della scena hip hop). I My Chemical Romance guidano il contingente dell'artiglieria pesante: ma tra la loro fragorosa versione live di "Desolation row", il metallo urlante dei chicagoani Rise Against, il piglio guerrigliero degli State Radio, l'emo dei Silverstein, la chitarra alla U2 dei Silversun Pickups, gli aromi tex mex dei Mariachi El Bronx e quelli celtici dei Flogging Molly i migliori forse sono ancora i vecchi Bad Religion con la loro classica formula noise+melodia.

Usa, UK e resto del mondo
Nutrito il contingente country e nashvilliano, che solletica il palato di un'ampia frangia del pubblico americano: e meno male che alla melassa retorica dei Sugarland fa da contrappeso l'originale "afro bluegrass" dei Carolina Chocolate Drops, bravissimi in "Political world". C'è molto folk (brave le Belle Brigade, Everly Brothers al femminile, mentre l'attivista Brett Densen ha il piglio del busker), anche dove meno te lo aspetti: per esempio in una semplice e tutto sommato efficace rilettura di "Blowin' in the wind" da parte di Ziggy Marley. Angelique Kidjo addolcisce troppo "Lay lady lay" (che si presta di suo), mentre tra Messico, Marocco (RedOne, collaboratore stretto di Lady Gaga, qui peraltro molto politically correct), Iran e Malayisia, il Dylan "esotico" più coraggioso è forse quello dell'israeliano Oren Larie; il somalo K'naan, da parte sua, rievoca da una devastata zona di guerra il messaggio pacifista imperituro di "With God on our side".

Pop & soul :
Adele , ormai, non si discute, e la sua "Make me feel my love" è già un must della ballad sentimentale di nobile lignaggio. Mick Hucknall ("One of us must know") fa un po' il Rod Stewart e ci mette il mestiere, Evan Rachel Wood ("Across the universe") non è troppo convincente in una "I'd have you anywhere" da jazz club mentre Bettye LaVette è la solita leonessa ruggente in "Most of the time". Troppo pallidi e azzimati la star di "Glee" Darren Criss e i Maroon 5 di "I shall be released" (improponibile il paragone con la Band), inutile il contributo di Natasha Bedingfield (mentre il fratello Daniel osa anche troppo, con una versione elettronica e molto effettata di "Man in the long black coat"); decisamente meglio - chi l'avrebbe detto - Miley Cyrus , asciutta e compunta nella sua "You're gonna make me lonesome when you go".

Eccentrici e sorprese
Originale la "Mr. tambourine man" di Jack's Mannequin, scandita da un pianoforte e una voce immersa nell'eco, sfuggente la "The lonesome death of Hattie Carrol" dei Cage The Elephant, "storto" ed elegante come sempre l'approccio del Kronos Quartet ("Don't think twice, it's alright"). Ma a rubare lo show, con il medesimo titolo, è imprevedibilmente la pop star Ke§ha : che, ben consigliata dal megaproduttore Bob Ezrin, si commuove (lo testimonia un video filmato in studio), tira fuori l'anima e reinventa il testo interpretandolo come il messaggio di un suicida. Dylan fa ancora miracoli.




(Alfredo Marziano)

Per la tracklist completa del cofanetto, consultare il sito di Amnesty Usa .
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