«THE LION'S ROAR - First Aid Kit» la recensione di Rockol

First Aid Kit - THE LION'S ROAR - la recensione

Recensione del 24 gen 2012

La recensione

Occorre dimenticarsi il boom della cover di "Tiger mountain peasant song" dei Fleet Foxes caricata su Youtube - il grimaldello che usarono per spalancare le porte della notorietà e diventare un fenomeno virale, come esigono i tempi - per avere uno sguardo il più possibile distaccato sulla seconda prova in studio delle sorelle Johanna e Klara Söderberg, alias First Aid Kit, duo neofolk celebratissimo uscito dalla cameretta e entrato direttamente nelle grazie di un nume della musica americana contemporanea come Jack White. Nel senso che conviene rimuovere lo zeitgeist attuale per valutare per quelle che sono le dieci canzoni di "Lion's roar", disco prodotto a Omaha con Mike Mogis e Nate Walcott dei Bright Eyes e che quindi ha inevitabilmente impresso nel proprio dna gli stilemi del folk revival più à la page. Nel bene e nel male, sia chiaro, perché se tutto sommato - per l'età delle autrici, appena 22 e 19 anni - il songwriting è maturo, così come le interpretazioni sempre convincenti - ottime esecuzioni, molto sentite e tutt'altro che algide -, la produzione, pur curatissima e molto elegante, fa emergere tutti i limiti del disco. Che sono pochi e facilmente aggirabili da Johanna e Klara, ma che ancora ci sono. La scelta - sacrosanta - di rifarsi al country più classico impone un certo coraggio nel rimescolare ad arte le carte per non cadere nel manierismo fatto di spruzzate di pedal steel e shuffle spazzolati: l'esperimento talvolta riesce (con "Blue", in chiave pop, con il riff di glockenspiel ad accompagnare le voci per tutta la durata del brano) altre volte meno (si veda "Emmylou", formalmente ineccepibile eppure calligrafica: va bene che sia un manifesto - "I’ll be your Emmylou and I’ll be your June/If you’ll be my Gram and my Johnny too" - ma una svisata sopra, o comunque oltre, le righe non avrebbe guastato), ma - in ogni caso - non si può non riconoscere a "Lion's roar" una forte personalità, che lo rendono un disco comunque molto coeso e compatto. Al di là di ogni possibile ascendenza (il bello del neofolk è che toglie ai critici la possibilità di esercitarsi nel loro giochino preferito, l'"assomiglia a": qui copiano tutti sempre dagli stessi tre o quattro, quelli che citano loro nel ritornello di "Emmylou". Stare qua poi a discutere se si rifacciano più ai Bright Eyes o ai Mumford & Sons è pura masturbazione intellettuale), le First Aid Kit - seppure ancora in modo acerbo e tutto sommato ingenuo - hanno mostrato di avere i numeri per consegnare al pubblico un disco che si faccia ricordare: a loro sfavore - paradossalmente - oggi come oggi giocano solo la moda e l'età. Quando torneranno di moda le chitarre elettriche e il country folk smetterà di essere scaldato dalla luce dei riflettori Johanna e Klara potranno andare a Nashville con qualcuno che saprà mettere a soqquadro a dovere suoni e canzoni, non intervenendo sulle ascendenze ma emancipandosi dalla scolastica e lasciando così la scena alla scrittura, che c'è e che se continuerà ad essere supportata dall'ispirazione darà i propri frutti. Frutti che, con qualche anno in più sulle spalle e qualcosa in più da raccontare, potrebbero essere davvero canzoni destinate a lasciare un segno.
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