«HELLO SADNESS - Los Campesinos» la recensione di Rockol

Los Campesinos - HELLO SADNESS - la recensione

Recensione del 28 nov 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

“Hello sadness”, benvenuta. E questa volta tocca ai Los Campesinos farci i conti. Chi l’avrebbe mai detto? Uno pensa di avere delle certezze inattaccabili nella vita e poi boom! A tre anni e mezzo di distanza da quel concentrato indie pop arci festaiolo che fu il mai abbastanza celebrato “Hold on now, youngster…”, ecco che arriva il disco triste dei Los Campesinos. Non ci si può mai fidare di nessuno. Che poi a ben vedere, “Hello sadness” non è poi un disco così “tra capo e collo”. Già l’ultimo “Romance is boring” aveva dato qualche spunto in questo senso, con una seconda parte più riflessiva e dalle tinte, passatemi il termine, quasi cupe (per quanto cupi potevano essere i Los Campesinos).
A un annetto e mezzo di distanza i sette gallesi capitanati dal duo creativo Gareth / Tom (e schierati qui con la nuova line up con le new entry Rob, Jason e Kim, chiamate a prendere il posto dei veterani Ollie, Aleksandra e Harriet), confermano il fido John Goodmanson come produttore e decidono di trasferirsi a Girona, in Catalogna, per dare una forma al nuovo materiale. I pezzi che finiscono sulla tracklist finale sono dieci, ben cinque in meno del lavoro precedente. Una scrematura intelligente: il risultato è un disco solido, immediato e compatto, di base sempre indie pop (specialmente nella prima parte, quella più “tradizionale”), eppure ricco di sfumature dal sapore tutt’altro che mainstream. L’apertura “By your hand” è il singolo da cantare ad alta voce perdendosi nel più classico degli handclapping, tuttavia è anche una storia d’amore profondamente dolorosa. “Songs about your girlfriend” e il crescendo travolgente della titletrack “Hello sadness” colpiscono per orecchiabilità ed efficacia, eppure nascondono una malinconia di fondo che non può essere ignorata. Pezzi ispirati e intelligenti, figli in egual misura di tre padri naturali: Cure, Arcade Fire e Motorpsycho sono i punti di riferimento principali, i veri responsabili della crescita forte e robusta di cotanta prole. Si vedano in questo senso l’ottima ballata “Life is a long time”, dall’inizio “canadese” e con un finale “norvegese” che più non si può, e “To tundra”, uno dei pezzi più interessanti del disco, trainato da un Gareth Campesinos che arriva a giocarsela alla pari con il Robert Smith più disperato, un “duello” che si protrarrà fino alla conclusiva “Light Leaves, Dark Sees Pt. II”, degna chiusura dal sapore mestamente agrodolce.
Arrivati alla quarta prova in studio, quello che ci si aspettava dai Los Campesinos era che riuscissero a trovare finalmente il giusto equilibrio tra l’immediatezza della vecchia forma (l’indie pop) e una sostanza sempre più profonda e complessa (e tematiche quali la sofferenza, il dolore, la separazione e via discorrendo sono qui a dimostrarlo). C’erano riusciti a metà con “Romance is Boring”, hanno fatto centro con “Hello sadness”. E se per ottenere questo risultato è bastato un po’ di magone, allora davvero benvenuta tristezza.

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