«NEIGHBORHOODS - Blink-182» la recensione di Rockol

Blink-182 - NEIGHBORHOODS - la recensione

Recensione del 03 ott 2011 a cura di Marco Jeannin

La recensione

E’ il 2005 quando Tom DeLonge, in seguito a una serie di tensioni createsi all’interno della band, molla i Blink-182 con una telefonata, spedendo ufficialmente il trio in “pausa a tempo indeterminato”. Detto in due parole: nel 2004, dopo un tour europeo già abbastanza teso, Tom chiede un break per staccare dai concerti e dalle registrazioni e passare più tempo con la propria famiglia. I Blink si prendono sei mesi di riposo, ritrovandosi solo per suonare in occasione di un concerto di beneficenza dove i tre riprendono a discutere, vuoi perché c’è un nuovo disco in ballo e un greatest hits da pubblicare, ma soprattutto per chiarire la faccenda di questa pausa forzata. Qui sempre Tom chiede di partecipare alle eventuali registrazioni del disco solo a condizione di poterlo fare da casa (a San Diego), separato dagli altri due (a Los Angeles). La goccia fa traboccare il vaso, Hoppus e Barker non hanno più intenzione di subire la “dittatura” che DeLonge pare aver imposto da qualche tempo e la faccenda si complica. Tom risponde dicendo che non può far parte di un progetto che non può controllare, i tre smettono di parlarsi e la storia finisce come sappiamo. Da qui in poi ognuno per la propria strada, nascono progetti paralleli (i +44 per Hoppus e Barker, gli Angels & Airwaves per DeLonge) e dei Blink 182 non si hanno più tracce. Nel 2008 però, ecco la svolta: il produttore storico della band, Jerry Finn, muore in seguito ad una gravissima emorragia cerebrale. Mark, Tom e Travis si ritrovano inevitabilmente insieme dopo tre anni di silenzio. E non è finita. Sempre nel 2008 Travis, di ritorno da un concerto tenuto con Perry Farrell dei Jane’s Addiction, sopravvive miracolosamente ad un tragico incidente aereo che lo costringe ad un intero anno di ricovero.
I Blink-182 ripartono da qui: “Se questo incidente non fosse mai accaduto, noi ora non saremmo una band. Chiaro e semplice. Era destino”. Passeranno però altri tre anni (settembre 2011) prima che il nuovo atteso album venga pubblicato, anticipato da una fastidiosa sequela di rinvii (dovuta anche al fatto che la band, dopo la separazione e la reunion si è ritrovata a fare i conti, tra le altre cose, con ben quattro manager diversi) e l’annullamento di un intero tour.
“Neighborhoods” è dunque il primo lavoro dai tempi dell’omonimo Blink-182 datato 2003. Quattordici pezzi (finalmente autoprodotti) che riprendono in sostanza il discorso interrotto otto anni prima. Avevamo lasciato i Blink sulla via del cambiamento, intenzionati ad abbandonare per sempre il punk adolescenziale e strafottente dei primi album per dedicarsi a un sound più tradizionale e composto, in pratica un punk rock con qualche venatura dark (e Robert Smith ne sa qualcosa). Li ritroviamo cresciuti (più vicini ai Quaranta che ai Trenta) e definitivamente slegati da quel tipo d’immaginario che ancora faceva riferimento al celebre video dove i Nostri corrono nudi per le strade di Los Angeles. “Neighborhoods”, al contrario, è un disco serio, scuro, che tratta temi quali l’abbandono, la morte, l’isolamento, il dolore e la perdita, questioni che ovviamente non possono che rimandare alle ultime vicende che i tre hanno passato, sia come singoli, ma soprattutto come band. La formula ad ogni modo rimane quella del punk rock benché di base sempre molto più pop orientend, quindi pezzi brevi, concisi e strutturalmente legati all’irrinunciabile forma strofa, bridge, ritornello tanto cara al trio californiano.
Si parte con “Ghost on the dance floor”, apertura in stile indie rock con una progressione ritmica da far invidia agli Arcade Fire e finalone epico manco stessimo parlando dei Kings of Leon, seguita da “Natives” e “Up all night”. La prima, più spigliata e veloce, chiarisce i termini del discorso sfoderando un diretto “We’ll have the time of our life / although we’re dying inside”, la seconda è un tipico singolo in stile Blink, con riffone fin troppo pesante e ritornello quasi malinconico. “After midnight” è un classico pezzo basso/chitarra/batteria senza troppe pretese, facile da sentire e ancora più da cantare, in puro spirito pop. Molto più interessante invece la bonus track (inspiegabilmente solo in edizione deluxe) “Snake charmer”, brano ispirato alla vicenda biblica di Adamo ed Eva impreziosito da un’intro piacevolmente “Cure style” su cui va a installarsi l’ormai consolidato riff che prepara a un finale in crescendo di grande respiro e regala uno dei passaggi più stuzzicanti di tutto il disco: “That’s how it was all begin / because good girl they like to sin”. “Heart’s all gone” è il pezzo più hardcore della tornata, secco e veloce abbastanza da soddisfare i nostalgici della primissima ora, “Wishing well” rimanda alle produzioni dei Blink del periodo “Enema of the state”, con quel “taratatta taratattà” che in “All the small things” era “nananananà” e che domani sarà chissà. Le autobiografiche “Kaleidoscope” e “This is home” passano innocue, aprendo alla superflua doppietta finale. Superflua non perché “Mh 4.18.2011” e “Love is dangerous” siano tanto male, anzi. Il problema è che non aggiungono nulla a quanto detto fino a qui. Stesso discorso per la sperimentazione fuori contesto di “Fighting the gravity” e per l’insipida “Even if she falls” che chiudono l’edizione deluxe da brave bonus track.
Indipendentemente dai singoli episodi, “Neighborhoods” è un album che può piacere o non piacere. Di positivo c’è che regge bene gli otto anni di distacco, che un’evoluzione nel suono si sente, pezzi da cantare ce ne sono e il background da cui tutto è scaturito è quantomeno interessante. D’altra parte va detto che i quattordici pezzi dell’edizione deluxe sono tanti e proprio per questo la sensazione è che l'album sia troppo pesante per decollare, che la qualità si perda in un mare di quantità. Sensazione che si ripresenta in tono minore anche nell’edizione standard, vittima di un lato b non all’altezza delle premesse e malauguratamente priva del pezzo migliore in scaletta. Vale la pena però mettere in luce le cose buone, e senza dubbio i primi cinque pezzi del disco sono tra queste. Inoltre, per concludere, è un piacere vedere come i Blink di oggi siano i figli cresciuti dei Blink di “Cacophony”, “Adam’s song” e “I miss you” e non quelli del trio delle corse chiappe al vento. What’s their age again?

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