«THE PROMISE - Bruce Springsteen» la recensione di Rockol

Bruce Springsteen - THE PROMISE - la recensione

Recensione del 15 nov 2010 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono alcuni temi ricorrenti e universali che possono rendere leggendaria una storia, romanzo o film che sia: la fine dell’innocenza e il passaggio alla vita “adulta”, una lite con un (ex) amico e mentore, le conseguenze personali e artistiche di un grande successo. Tutte queste cose sono successe a Bruce Springsteen nel periodo tra “Born to run” e “Darkness on the edge of town”: è per questo motivo che ciò che avvenne tra il ’76 e il ’78 ha assunto una dimensione che va oltre la biografia del singolo cantante. Tutto quello che ci troviamo oggi tra le mani doveva uscire due anni fa, per i trent’anni di “Darkness”. Ma questa storia richiedeva più tempo e più spazio per essere raccontata. Così il progetto è cresciuto, si è ingigantito, fino a diventare quello che è adesso.
In realtà, come ci ha spiegato Jon Landau, il manager di Springsteen, si tratta di due pubblicazioni distinte e complementari: “The promise”, un doppio CD con 21 canzoni tratte dalle sessioni di quel periodo; e poi un box, “Darkness on the edge of town”, che contiene la rimasterizzazione del disco, i due cd di inediti e tre dvd, per quasi 8 ore di materiale.
“The promise” non è una semplice raccolta di “outtakes”. Anche se da lì parte: in seguito alla causa con l’ex manager Mike Appel, a Springsteen venne impedito di entrare in studio per un anno e mezzo. Quando finalmente tornò a registrare, nel ’77, si sfogò: decine di canzoni, molte delle quali solo abbozzate, alla ricerca di un suono ed un’identità diversa dal muro di suono di “Born to run”. Ne uscì “Darkness”, disco più secco, cupo e introspettivo, con brani meno epici e più disillusi. “The promise” nasce dagli “scarti”, o meglio dai vari tentativi ed errori fatti in quel periodo. Ma non si tratta di un raschiamento di barile: le canzoni sono state terminate quest’estate e sono state e messe in sequenza come se fossero un album vero e proprio. Il risultato è uno Springsteen contemporaneamente nuovo e riconoscibile, che mostra direzioni e ramificazioni diverse del suo lavoro: più intimista, anche più pop e divertito rispetto a quello di “Darkness”. Nelle 21 canzoni c’è molto materiale già noto, perché quelle sessioni circolano da tempo sotto forma di bootleg, e perché alcuni temi musicali e lirici vennero poi ripresi in altre canzoni: “Come on (let’s go)” è “Factory” con un altro testo, per esempio, con delle frasi che poi sarebbero finite in “Johnny bye bye”, b-side del periodo “Born in the U.S.A.” ripresa anche su “Tracks”. Poi ci sono classici che non avevano mai visto la luce ufficialmente, come la versione di studio di “Because the night” (bella, ma debole rispetto alle performance live del periodo e a quella di Patti Smith). C’è “Fire”, e c’è anche quella “The promise” che ogni fan che si rispetti conosce a memoria, perché è una delle sue canzoni più belle di sempre, ma che al tempo non venne pubblicata perché troppo personale – è la storia metaforica della sua lite con Appel e delle conseguenze del successo. Ci sono versioni alternative diverse e belle quanto gli originali, come “Racing in the street” più rock e con il violino e “Candy’s boy” (ovvero “Candy’s room” rallentata), canzoni giocose come “Ain’t it good for you”, piccoli gioielli di power-pop come “Rendezvous”, altro titolo noto ai fan. Si potrebbe andare avanti all’infinito a spiegare e commentare, a dire quali canzoni mancano all’appello. Qualche fan si è già lamentato degli interventi recenti sui brani, non dichiarati nei dettagli e perlopiù impercettibili (unica eccezione il singolo “Save my love”, evidentemente cantato di fresco). Ma vi basti sapere che “The promise” è un gran disco di rock, l’anello mancante tra “Born to run” e “Darkness”. Punto.
Poi c’è il box: per un centinaio di euro vi portate a casa una confezione lussuosa, con tanto di riproduzione del famoso quaderno di Springsteen usato per conservare appunti e testi di tutti i materiali e le canzoni cui Springsteen stava lavorando. E qui c’è la vera sorpresa. Perché paradossalmente la cosa più bella di tutto il box è la più recente. I tre DVD contengono il documentario di Thom Zimny (un gran film, per la cronaca, con materiali d’archivio e recenti rimessi in fila in modo narrativamente ineccepibile), un concerto inedito a Houston del ’78 - recuperato dalle riprese interne del luogo in cui si svolse - e vari materiali d’archivio; e soprattutto una ri-esecuzione integrale del disco girata lo scorso anno, a porte chiuse in un teatro di Asbury Park, che è la cosa più toccante e musicalmente devastante di questa operazione. Solo la sequenza iniziale sarebbe da far studiare a chi vuole fare il regista, così come la fotografia, cruda e dura come la musica: il pubblico sarebbe stato davvero di troppo, queste canzoni avevano bisogno di tensione, e la tensione è arrivata dall’assenza, eccome se è arrivata. La E Street Band che ri-suona il disco con una carica, una rabbia e un suono chitarristico che vi farà fare un salto sulla sedia. Volevano una fotografia della E Street Band attuale, da mettere a confronto con quella di 30 anni fa. Beh: la fotografia in bianco e nero e “vecchia” è bella, bellissima anche nella sua versione restaurata attuale. Ma la nuova foto nuova splende ancora di più, con quei colori così vividi e austeri che sono un pugno nella pancia.

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