«WHAT IT MEANS TO BE LEFT HANDED - Mice Parade» la recensione di Rockol

Mice Parade - WHAT IT MEANS TO BE LEFT HANDED - la recensione

Recensione del 15 nov 2010

La recensione

Quasi dieci anni fa, esattamente il 12 aprile del 2001, il Teatro Ciak di Milano ospitava nella sua sede originale un evento importante per la musica europea, il primo concerto italiano del fenomeno islandese sigur-ros, che erano giunti al successo, anche se di nicchia, grazie all'algida bellezza del loro secondo album: “Agaetis byrjun”.
Al pubblico presente, compreso chi scrive, venne però riservata una sorpresa in attesa delle stelle della serata: l'esibizione dei Mice Parade che, in poco più di mezz'ora, travolsero il pubblico con un'esibizione totalmente strumentale in cui due batterie, una tastiera, un'arpa cinese e un violino si combinavano in diverse forme a metà tra il jazz e la musica etnica: una dolce sorpresa per il pubblico che temeva di dover ascoltare la solita band anonima d'apertura prima delle star della serata.
Pochi dei presenti, infatti, sapevano che quello a cui avevano assistito era una sorta di debutto: dopo due album realizzato con la collaborazione di vari artisti, il progetto solista di Adam Pierce (dall'anagramma del suo nome è ricavato quello della band) promuoveva la pubblicazione di “Mookondi” e presentava per la prima volta dal vivo la propria evoluzione in band.
Dieci anni dopo da quella magica serata i Sigur Ros continuano ad affermarsi come una delle band europee più interessanti, mentre i newyorchesi Mice Parade pubblicano il loro ottavo album e mantengono inalterate l'attitudine per la ricerca sonora e la volontà di continuare a stupire i propri fan.
Ascoltando “What it means to be left handed”, pubblicato sempre dalla Fat Cat Records (etichetta che scoprì la band islandese di cui sopra), sembra che questi dieci anni non sembrano mai passati: Adam Pierce ha ricostruito la sua band cambiando i componenti, ma mantenendo intatta la passione con cui riesce a combinare stili e suoni differenti.
Così, se dall'inizio ci troviamo di fronte a una canzone come “Kupanda”, in cui la tradizione canora africana della cantante swahili Soma si mescola con le melodie orientali di un'arpa, subito dopo ci dobbiamo confrontare con “In between lines” che ci porta verso il folk europeo (con vaghe venature irlandesi) arricchito dalla voce di Caroline Lufkin e dalla batteria incessante di Doug Scharin (HiM e Codeine). Un giro del mondo in pochi minuti che continua nel suo vorticoso viaggio verso “Do your eyes see sparks” e “Recover” in cui il cantato malinconico di Meredith Godreau (Gregory & The Hawk) viene travolto da sezioni ritmiche vorticose e, nel secondo caso, da esplosioni di chitarra.
In questo disco, infatti, non c'è soltanto grazia e ritmo, ma anche una bella dose di rock che trova spazio nella cover di “Mallo cup” di Evan Dando (Lemonheads), brano che dà il via alla seconda parte di questo viaggio in cui troviamo il pop leggero, ma non banale, di “Even”, la rarefatta “Tokyo late night” (in cui torna la Lufkin), la divertente “Fortune of folly”, divisa a metà tra ritmiche caraibiche e melodie europee, e l'oscura cover di “Mary anne” di Tom Brosseau scelta per chiudere il disco con le cupe atmosfere, con cui Pierce mostra, nel caso non ce ne fossimo accorti, di esser al capo di una band multiforme che non si ferma di fronte ad alcuna sfida.
Così, nell'arco di poche canzoni, i dieci anni che si frappongono tra questo “What it means to be left handed” da quella magica serata sembrano dipanarsi in un attimo di fronte alla disarmante facilità con cui questa band domina il tempo e lo spazio muovendosi tra i mondi musicali più distanti.

(Giuseppe Fabris)
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TRACKLIST

01. Kupanda
02. In between times
04. Couches & carpets
05. Pond
06. Recover
07. Old hat
08. Mallo cup
09. Remember the magic carpet
10. Even
11. Tokyo late night
12. Fortune of folly
13. Mary anne
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