«IN THE COURT OF THE CRIMSON KING - King Crimson» la recensione di Rockol

King Crimson - IN THE COURT OF THE CRIMSON KING - la recensione

Recensione del 14 nov 2009

La recensione

Chi è oltre i cinquanta o ha studiato storia del rock lo sa bene. Questo non è un disco. E’ un’icona, un simbolo, un amuleto, un simulacro. Un oggetto volante non identificato che dallo spazio planò nell’ottobre del 1969 sul suolo britannico dominato allora da Rolling Stones, Who e Led Zeppelin (che tempi, eh?). Lo si portava in classe, quell’Lp, per dimostrare di essere aggiornati, un passo avanti agli altri (cool, si direbbe oggi). C’era quella copertina, nessuno poteva restare indifferente. Sul frontespizio il ritratto angosciante dell’Uomo Schizoide del Ventunesimo Secolo, “l’urlo di Munch del progressive”; all’interno dell’album apribile il faccione lunare del Re Cremisi, con quel sorriso fragile e malinconico: una rappresentazione perfetta della musica racchiusa nei microsolchi. Le ragazze ti guardavano con aria interrogativa e passavano subito oltre, ma tra i maschietti attenti ai nuovi suoni che giravano intorno il gioco era fatto, diventavi subito un piccolo guru. In Inghilterra il Melody Maker e il New Musical Express, forse anche il Ciao 2001 in Italia, parlavano già da qualche mese di questi cinque inglesi che si erano fatti le ossa in uno scantinato del Fulham Palace Cafe a Londra, che avevano esordito allo Speakeasy e che al concerto degli Stones ad Hyde Park in memoria di Brian Jones, 5 luglio del ’69, avevano sbalordito i presenti con la ferocia inventiva della loro musica, un misto inaudito di Family, Moody Blues e improvvisazione free jazz. Ne trovate una breve testimonianza visiva nel dvd incluso in due delle tre versioni da poco in circolazione per celebrare il quarantennale (doppio cd, cd+dvd, deluxe box set di 5 cd più dvd: i collezionisti maledicono e ringraziano, l’industria del revival ha raggiunto livelli impensabili di impietosa perfidia), un frammento di quella “21st century schizoid man” che qualche mese dopo avrebbe aperto l’album con i suoi strappi, le sue scudisciate elettriche, le sue distorsioni, le sue convulsioni: un ritratto apocalittico e premonitore che proiettava gli orrori del Vietnam (“innocents raped with napalm fire”) in un futuro senza speranze chiudendo simbolicamente l’utopia hippie tutta fiori, sorrisi e “we love you”. Un graffio profondo, uno squarcio sulla tela alla Fontana, in un clima da fantascienza e da spy story, le strofe urticanti, i riff taglienti di sassofono, una fuga strumentale nevrotica e concitata, il finale che si dissolve in un pulviscolo di puro rumore. Diventerà un libro di testo (ascoltatevi “Heart of the sunrise” degli Yes , da “Fragile”), resterà l’unica reliquia di quei primissimi Crimson furenti e a briglia sciolta. Il resto dell’album va in tutt’altra direzione, una maestosa musica melodica ed epico-romantica che non ha precedenti né successori nella storia accidentata della band. Il dolcissimo flauto e il mellotron glaciale di Ian McDonald (ecco da dove arrivano “Impressioni di settembre” e “Storia di un minuto” della PFM ), gli accenti, le sincopi e i fraseggi frastagliati di Michael Giles (il primo batterista “melodico” della storia del rock?), la chitarra impressionista e chirurgica del leader Robert Fripp, la voce purissima e cristallina di Greg Lake, la visonarietà pessimista dei testi di Pete Sinfield (il quinto Crimson, ringraziato nelle note di copertina per “le parole e l’illuminazione”) producono un suono denso e a tutto schermo, coinvolgente e alieno, morbido ma inquietante, dolce e minaccioso, lo spleen meditabondo di “I talk to the wind”, i kolossal di “Epitaph” e “The court of the crimson king” eleganti come madrigali e danze di corte, imponenti come una cattedrale barocca. I King Crimson spalancano le porte al prog, sicuro, e anche alle sue autoindulgenze: l’interminabile improvvisazione minimalista di “Moonchild” suona ancora irrimediabilmente indigesta, a dispetto della straordinaria precisione sonora della nuova rimasterizzazione curata da Fripp con Steven Wilson dei Porcupine Tree recuperando i multitraccia originali per un nuovo missaggio stereo e in 5.1. Il resto del programma, la “master edition” del 2004, qualche rara BBC Session e qualche interessante o curiosa alternate take, resta un contorno e poco aggiunge, in fondo, allo straordinario piatto principale. I cui ingredienti essenziali vengono svelati da Fripp in persona nelle nuove note di copertina: “Abilità musicale nella concezione e nell’esecuzione, impegno, disperazione, sorpresa, la copertina di Barry Godber, il momento che il mondo stava vivendo, la tecnologia, il furgone Ford Transit, un mecenate come Angus Hunking, il management e la casa discografica, la crescita inarrestabile dell’industria musicale tra il 1968 e il 1978, la diffusa accettazione sociale dell’uso delle droghe. Ma soprattutto, la presenza della Fata Benigna”. Durò poco, i Crimson del ‘69 si sfaldarono subito: McDonald a trovare fortuna con il rock MOR dei Foreigner, Lake a inseguire progetti di grandeur pop sinfonica con Keith Emerson e Carl Palmer, Fripp a reinventarsi continue mutazioni genetiche della sua creatura. “In the court…” resta un disco raro come una coincidenza astrale, come una congiunzione di pianeti.



(Alfredo Marziano)
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