«A SANGUE FREDDO - Il Teatro degli Orrori» la recensione di Rockol

Il Teatro degli Orrori - A SANGUE FREDDO - la recensione

Recensione del 13 nov 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Difficile presentarsi dopo aver realizzato un capolavoro. Difficile trovare un'altra parola per definire “Dell'impero delle tenebre”, il disco d'esordio del Teatro degli Orrori.
Il gruppo capitanato dagli ex One Dimensional Man Pierpaolo Capovilla e Giulio Favero conquistò, nel 2007, un vastissimo consenso di pubblico e critica indipendente con un album decisamente innovativo per la scena musicale italiana: chitarre violente e distorte, improvvise frenate, ma soprattutto interpretazione teatrale dei testi e l'uso geniale della lingua italiana non proprio congeniale al genere.
Centinaia di concerti in cui hanno infuocato i palchi di tutta Italia, due anni che passano e rieccoli. Il secondo disco è pronto, si chiama “A sangue freddo” e viene quasi paura ad avvicinarsi, paura di essere delusi, paura che la magia sia svanita, perchè si sa quanto sia difficile fare due album di altissimo livello, senza ripetersi ma senza rivoluzionare completamente il sound. Ed è proprio questo che il Teatro è riuscito a fare.
Già, siamo ancora qui a parlare di un bellissimo album, inutile girarci attorno: Capovilla e soci hanno fatto di nuovo centro. “A sangue freddo” è caratterizzato dai cambi di tempo, da chitarre meno violente dell'esordio ma sempre graffianti, da testi incentrati sull'amore che lacera e brucia, ma anche su questioni politico-sociali lucidamente analizzate, senza pietà alcuna, per nessuno. Il disco inizia con un fischio, un elettroencefalogramma piatto che apre la strada a “Io ti aspetto”, un noise “lento”, la divorante ansia di un padre in attesa del ritorno della figlia alle 4 del mattino. In “Due” il ritmo si fa veloce, il volume delle chitarre si alza per una miscela hard-rock che parla della fine di un amore visto dal punto di vista femminile, parole che non lasciano spazio alla speranza (“Per sempre cosa?, guardati attorno e vedi se c'è qualcosa che possa mai durare per sempre. Tutto è destinato a scomparire”).
La title-track, scelta anche come primo singolo, è dedicata allo scrittore e attivista nigeriano Ken Saro Wiwa, impiccato nel 1994 per essersi opposto alla sfruttamento del Delta del Niger da parte delle multinazionali del petrolio (in particolare la Shell). Un tema forte per un pezzo deciso, chitarre in prima linea a difenderci dai “ladri in limousine” ed a ricordarci, alla De Gregori, che “hanno ammazzato Ken Saro Wiwa, Saro Wiwa è ancora vivo”. “Mai dire mai” è uno dei pezzi migliori del disco: accelerato e vicino al noise nella prima parte, un testo semi-ironico che si trasforma in modo sublime in una preghiera alla perduta amata (“ripensaci, tesoro, ripensaci”), chitarra acustica e tromba frenano poi il tutto, emozionando anche un sasso.
Stesso tema (“sarebbe stato bello invecchiare insieme, la vita ci spinge verso direzioni diverse”) per “Direzioni diverse”, un electro-rock (a cui ha collaborato il genietto italiano dell'elettronica Bloody Beetroots) con violini, malinconico e ballabile allo stesso tempo. Con “Il terzo mondo” si torna a parlare della società, una violenta invettiva contro i Potenti e la finta democrazia (“non posso più sopportare i miserabili al potere”), una delle canzoni più “cattive” del lotto.
Anche nella personale e rockeggiante rilettura del “Padre Nostro” Capovilla si scaglia contro i responsabili delle multinazionali, invitando Dio a “non perdonarli mai, sapevano e sanno benissimo quello che fanno, dicono che sia legale”. In “Majakovskij” il cantante veneto interpreta (in modo molto simile a quanto già fece Carmelo Bene) la poesia “All'amato me stesso” del poeta russo Vladimir Majakovskij: splendida e cupa interpretazione teatrale e chitarre che entrano nella carne viva di chi ascolta. “Alt” forse è l'episodio che più ricorda il primo album, si potrebbe definire la “carrarmato rock” del secondo capitolo discografico, un brano contro i metodi poco ortodossi talvolta usati dalle forze dell'ordine, contro la classe politica sporca. “E' colpa mia” è il brano di maggiore impatto, quello che colpisce fin dal primo ascolto: le chitarre sono ovunque ma meno grezze, più pop, una canzone che si ascolta tranquillamente per dieci volte consecutive, un'auto analisi lucida ed emotiva allo stesso tempo. Trascinante. “La vita è breve” è la zampata rock prima degli oltre dieci minuti finali di “Die zeit”: un episodio che ricorda come tempi la chiusura del primo album con “Maria Maddalena”, inizio tranquillo e la chitarra che entra come un coltello noise nello stomaco. Un fendente in pancia per dire che l'amore finisce, è doloroso e fa sanguinare.
Insomma, hanno ammazzato la musica italiana. Anzi, la musica italiana è ancora viva. Il Teatro degli Orrori ne sono la dimostrazione migliore, un disco a cui non si può chiedere nulla di più: aggressivo, melodico, noise, cantautorale, pazzo e lucido.
Padre Nostro perdonali perchè sanno benissimo quello che fanno. E lo fanno da Dio.

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