«BIG WHISKEY AND THE GROOGRUX KINGS - Dave Matthews» la recensione di Rockol

Dave Matthews - BIG WHISKEY AND THE GROOGRUX KINGS - la recensione

Recensione del 23 giu 2009

La recensione

A New Orleans, si sa, anche i funerali diventano un’occasione di festa e celebrazione. “Big whiskey and the GrooGrux king”, che proprio nella città della Louisiana è stato completato, è qualcosa del genere: un’elegia, un’ode all’amico scomparso LeRoi Moore (è il suo sax ad aprire le danze: un momento da brividi) che preferisce la luce alle tenebre, l’amore e l’erotismo alla disperazione senza speranza, l’energia vitale al mugugno introspettivo. Un atteggiamento che riflette una filosofia di vita, per Dave Matthews e la sua band, anche se queste canzoni “parlano di vita e di morte, di riflessione e ricerca spirituale”, come ha spiegato l’autore a Billboard. Il settimanale americano lo ha già salutato come il miglior disco dell’intero catalogo, i fan hanno tirato un sospiro di sollievo dopo i mal di stomaco e gli accidenti provocati da “Everyday” e “Stand up”, le ultime prove di studio che tradivano lo spirito della DMB per inseguire il successo di massa. “Big whiskey” in realtà sta un po’ a metà del guado come il frutto di un compromesso, di un negoziato tra le due anime della band: l’attitudine jam, libera e fluida delle impetuose esibizioni dal vivo (in Italia il 5 luglio al Lucca Summer Festival), le ambizioni mainstream degli album progettati per far sfracelli in classifica. Rob Cavallo, staff producer della Warner abituato ai Green Day e ai My Chemical Romance, ha fatto molto meglio dei suoi predecessori, Glen Ballard e Mark Batson, trovando un buon equilibrio tra suono acustico e radiofonico, poliritmi e linearità d’arrangiamenti, “ganci” melodici e virtuosismi strumentali. Quasi banditi gli assoli, prevalgono i cori e i ritornelli accattivanti: come quello del primo singolo “Funny the way it is”, meditazione filosofica sulla duplicità dell’esistenza giocata su ritmi africaneggianti (Matthews è nato a Johannesburg) e un gusto melodico da scafato pop entertainer (un po’ come facevano gli scomparsi Spin Doctors, ricordate?). Siccome il funk/r&b di “Shake me like a monkey”, subito prima, richiama la sfrontatezza dei Red Hot Chili Peppers , è chiara l’intenzione: quella di mediare la natura selvatica della band con l’esigenza di predicare ai non convertiti tenendo d’occhio i grandi numeri. La DMB, Cavallo lo ha capito, non può rinunciare ai controtempi, alla complessità ritmica e strutturale che è nel suo dna (“Spaceman”). Nelle sue mani il pentagramma è ancora un ottovolante, stavolta però tenuto a freno da un manovratore esperto e controllato. E di umore decisamente ottimista, a dispetto del lutto che ha colpito la band: ecco i languidi ritmi tropicali di “Lying in the hands of God” (lo stile è quello laid back e rilassato di un Jack Johnson), la solarità (apparente, il testo è apocalittico) di “Dive in”, il sapore orientaleggiante e i power chords di “Squirm”, i riff quasi metal di “Why I am”, le delicatezze acustiche westcoastiane di “Baby blue” e “You and me”. Sul mio taccuino, annoto quasi alla rinfusa anche i nomi di Sting, Paul Simon, Peter Gabriel, Eddie Vedder (“Time bomb”, soprattutto), e allora è chiaro che tutto si può dire di “Big whiskey” meno che si tratti di un disco a tinta unica, unidimensionale. La sezione ritmica (il batterista Carter Beauford in particolare) dà spettacolo, il sax di Moore (conservato dalle prime sedute di registrazione del disco) è una presenza immanente, New Orleans e il Mardi Gras lasciano segni profondi sulla copertina (opera dello stesso Matthews) e in “Alligator pie”, un funk blues con tanto di banjo e slide che ricorda le passioni roots di questa poliedrica band. Un luogo comune vuole che Dave Matthews e i suoi non abbiano le carte in regola per sfondare anche in Italia. Mica detto, con un singolo accattivante come questo, e ricordando il concerto da tutto esaurito che il leader ha tenuto con Tim Reynolds due anni fa al Dal Verme di Milano (il resoconto su MusicReporters). Personalmente continuo ad avere qualche riserva: tutta questa esuberanza, luccichio produttivo e virtuosismo extralarge alla lunga possono risultare un po’ stucchevoli e ridondanti. Però questo è il disco giusto per avvicinarsi alla DMB. Parola di Dave: “E’ buono. Se non ti piace, fratello, è un problema tuo”.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Grux
02. Shake me like a monkey
03. Funny the way it is
04. Lying in the hands of God
05. Why I am
06. Dive in
07. Spaceman
08. Squirm
09. Alligator pie
10. Seven
11. Time bomb
12. Baby blue
13. You and me
14. Write a song (bonus song)
15. Corn bread (bonus song)
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