«BEAUTY & CRIME - Suzanne Vega» la recensione di Rockol

Suzanne Vega - BEAUTY & CRIME - la recensione

Recensione del 16 nov 2007

La recensione

Gioite, innamorati della Grande Mela. Ecco un altro disco che racconta, vive, pulsa, odora di New York, anello di una catena infinita che va da Rodgers & Hart a Peter Cincotti, passando per Tin Pan Alley e il Brill Building, Frank Sinatra e Liza Minnelli, Billy Joel, Joe Jackson (“Night and day”) e Lou Reed. Logico che sia Suzanne Vega a inciderlo, chic, intellettuale e newyorkese fino al midollo (e poco importa che in realtà sia nata a migliaia di chilometri di distanza, in California). Quasi contro natura, lei solitamente così schiva e riservata, lo ha punteggiato di autobiografia, di gioie e dolori della vita privata (un grave lutto familiare, un secondo matrimonio, una figlia che diventa grande). Erano trascorsi sei anni, intanto, da quello scialbo “Songs in red and gray” uscito nei dintorni della data spartiacque dell’11 settembre 2001. Da allora New York, la musica e il mondo intero non sono più gli stessi, e in molti s’è persa memoria della antica musa del Cornelia Street Cafè che incantava pizzicando una chitarra acustica e raccontando il suo piccolo mondo moderno, lei raggomitolata alla finestra come “una piccola cosa blu”, il poster di Marlene sul muro, il piccolo Luka malmenato dai genitori al piano di sopra e un caffè trangugiato di fretta al diner di Tom in attesa di prendere il treno: prima, molto prima di Sheryl e di Alanis, di Ani DiFranco e di KT Tunstall (che in “Beauty & Crime” interviene in qualche coro). Colta e raffinata, cura e lima ancora le parole come pochi (“Lei è il sogno di un pornografo, disse/so cosa intendeva/ma mi fece immaginare: che genere di sogno potrebbe fare, che non sia ancora stato consumato?”: la canzone, “Pornographer’s dream”, descrive magistralmente una sensualità e un desiderio imprendibili, sfuggenti). E questo disco ha alla base un’idea forte e suggestiva, mischiare pubblico e privato, presente e passato sotto lo skyline e tra i blocks di Manhattan, Ground Zero, l’Upper e il Lower East Side: incombono ancora gli attentati alle Torri Gemelle (il poliziotto di “Angel’s doorway”, con i suoi abiti avvolti in “una nuvola di polvere sporcizia e distruzione”) e i suoi effetti collaterali (“Ludlow Street” è dedicata al fratello Tim, graphic designer e alcolista morto a 37 anni dopo essere scampato per puro caso alla tragedia), c’è il fascino glamour e vorace di una città femmina irresistibile e spietata che “ti farà piangere/mentre per lei sei solo un ragazzo come un altro” (“New York is a woman”), e poi due tenere dediche alla figlia Ruby nata dal primo matrimonio (“As you are now”, “come sei ora”) e al nuovo marito (“Bound”: “tutte queste parole/come tesoro/e angelo e caro/affollano la mia bocca/ sulla strada al tuo orecchio”). Sullo sfondo e in primo piano personaggi in carne ed ossa (il graffitaro newyorkese, amico di famiglia, di “Zephyr and I”), eroi ed eroine del passato, Edith Wharton e Olivia Goldsmith, Frank Sinatra e Ava Gardner che bevono e fanno l’amore, e i problemi non sorgono mai a letto ma subito dopo, “sulla strada verso il bidet”. C’è un’attenzione al dettaglio e all’introspezione sempre più rara, in queste canzoni. Peccato però che le musiche non siano altrettanto memorabili: gradevoli sì, e inappuntabili, ma senza la squisitezza e la freschezza melodica degli esordi (li hai persi in qualche vicolo di downtown, Suzanne?). Lontane anche le sperimentazioni verso cui l’ex marito Mitchell Froom l’aveva condotta in dischi interessanti come “99.9 F°” e “Nine objects of desire”, qui suona tutto più educato e prevedibile, e persino il guastatore Lee Ranaldo (Sonic Youth) indossa la museruola: la stessa Vega, intervistata da Rockol, ha implicitamente ammesso che con il produttore Jimmy Hogarth non tutto è andato secondo le sue aspettative di un suono “più ritmico e moderno” (le poche eccezioni, come “Unbound”, non lasciano un segno profondo). C’è qualche sussulto ritmico, qualche scarica elettrica e rock (“Zephyr and I”, “Frank and Ava”). Un po’ di bossa nova (non è una novità: ricordate “Caramel”?), pop da camera con archi e poi il vecchio e sano fingerpicking acustico che produce ancora i risultati migliori (“New York is a woman”, “Edith Wharton’s figurines”). Però queste deliziose “New York stories” meritavano una colonna sonora un po’ più intensa e avventurosa.



(Alfredo Marziano)
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