«ELECT THE DEAD - Serj Tankian» la recensione di Rockol

Serj Tankian - ELECT THE DEAD - la recensione

Recensione del 15 nov 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci sono persone che hanno sempre molto da dire, costantemente bisognose di sfogare il proprio impeto artistico. In senso positivo, si intende.
Serj Tankian, musicista nato in Libano da genitori armeni ma statunitense a tutti gli effetti, è uno di questi. Dal 1995 è la voce (e co-autore dei brani) dei System Of A Down, formazione alt-metal che ha scalato le vette della discografia mondiale rimanendo sempre fedele ai propri ideali, pur evolvendo dal punto di vista musicale. Da qualche anno ha fondato con Tom Morello (Rage Against the Machine, Audioslave) l’associazione no-profit Axis of Justice, un ente dichiaratamente di sinistra che si batte per la giustizia sociale nazionale (Usa) ed internazionale, in particolare per il riconoscimento del genocidio armeno. Ha scritto un libro di poesie (“Cool gardens”, 2002) e composto un album con il musicista folk-armeno Arto Tuncboyaciyan per il progetto Serart (2003).
Nel 2006, dopo due lavori dati alle stampe a stretto giro (“Mezmerize” e “Hypnotize”) ed un lungo tour mondiale, i SOAD decidono di prendersi una pausa a tempo indeterminato. Un periodo sabbatico che il Nostro decide di non sfruttare per riposarsi, anzi. Serj, carico di nuove idee e urgenze artistiche, si rimette immediatamente al lavoro, decidendo di puntare tutto su sé stesso: compone i testi, la musica e suona tutti gli strumenti, programmando al computer anche le parti di batteria. Terminata la fatica, chiama in studio qualche amico per far incidere le parti di batteria (John Dolmayan dei System Of A Down e Bryan “Brain” Mantia già con Primus e Guns’n’Roses), chitarra e basso (Dan Monti), cori femminili (Ani Maldjian) e violini.
Il risultato è “Elect the dead”, il primo album a suo nome. Prima cosa da chiarire: non si tratta di un disco acustico, come spesso accade quando il frontman di una rock band si dedica al suo progetto solista (viene in mente Chris Cornell ai tempi dei Soundgarden o l’ultimo piccolo gioiello folk di Eddie Vedder dei Pearl Jam). Tankian decide di mantenersi fedele (o quasi) alla linea e non fare grandi rivoluzioni rispetto alla sua band, né dal punto di vista del sound, né da quello testuale.
“Empty walls”, il primo singolo, apre la strada con chitarre metal, tempo veloce e la voce di Serj che saltella tra tonalità alte e basse, tutto secondo le regole del Sistema. Molti sono gli episodi caratterizzati dai cambi di tempo, dove infuocati ritornelli vengono stemperati da sezioni melodiche: “The unthinking majority”, dedicata alla politica estera americana (“I believe that you're wrong, insinuating that they hold the bomb. Clearing the way for the oil brigade”), l’inserto di musica popolare armena che diluisce la tensione in “Feed us”, la chitarra acustica ed il coro femminile di “Saving us” e “Baby”, il pianoforte in crescendo di “Honking antelope” e “Lie, lie, lie”. Menzione a parte per “Praise the Lord and pass the ammunition” e per la title-track, due ottime voci fuori dal coro. La prima, già titolo di una canzone patriottica americana del 1942 di Frank Loesser, è una curiosa combinazione di suoni psichedelici, chitarre, voci sovrapposte e funamboliche, per un intruglio dal sapore Zappiano; la seconda è invece un’intima confessione notturna, solo piano e voce per una straziante richiesta d’amore.
In fin dei conti “Elect the dead” è uno sfizio. La soddisfazione di un’artista voglioso di pensare, costruire e modellare tutto da solo. Il risultato, pur non rivoluzionando il sound della band di appartenenza, è gradevole e rende onore ad un musicista dedito, con grande passione e capacità, alla propria causa.

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