«BLACK HOLES AND REVELATIONS - Muse» la recensione di Rockol

Muse - BLACK HOLES AND REVELATIONS - la recensione

Recensione del 14 lug 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Strano caso quello dei Muse. Quando sono emersi, al tempo del primo disco “Showbiz” (2000) sembravano uno dei tanti cloni dei Radiohead, complice la tendenza al falsetto di Matthew Bellamy e un certo uso delle chitarre. Poi, si sono allontanati da quell'immagine, costruendosene una propria, che li ha fatti diventare uno dei gruppi di punta della scena rock inglese. Si sono allontanati anche dalle origini indipendenti, diventando un gruppo da classifica, e finendo per diventare headliner ai più importanti festival inglesi.
Ciò che rende strano il loro caso è che l'identità che i Muse si sono scelti per questa scalata all'olimpo del rock è fatta di riferimenti ad un suono per certi versi tra i più bistrattati della storia: il progressive.
Una delle cifre dei Muse è sempre più diventata quella di lunghe progressioni strumentali, divagazioni e l'uso di cori e tastiere che si rifanno agli anni '70. “Black holes and revelations” non fa eccezione, anzi calca ancora di più la mano in questa direzione. Certo: si apre con canzoni come “Starlight” che rimandano al lato più pop del gruppo, quello di “Time is running out”, che li aveva fatti esplodere tempo fa. E, certo, il nuovo singolo “Supermassive black hole” potrebbe essere tranquillamente scambiato per il nuovo singolo di Prince. Ma più va avanti il disco, più i Muse si addentrano in questo territorio, tanto che in alcuni casi si va oltre al progessive, arrivando direttamente all'hard rock anni '70: i coretti e le schitarrate di “Knights of Cydonia” sembrano sbucare da un demo di “Bohemian rhapsody” dei Queen.
Bellamy ha raccontato che questo disco ha due anime: una newyorkese, più nervosa e diretta; e una italiana (il cantante è residente e fidanzato sul lago di Como, e il disco è stato inciso in parte alle Officine Meccaniche con l'ausilio di Mauro Pagani), quella più dilatata. Una spaccatura, pur nell'uniformità del suono, che è comunque tangibile, e che esemplifica le diverse anime della band: piaciona la prima, sperimentale la seconda.
Come questo suono, quello più retrò e progressive, riesca a far impazzire così tanti giovani – come è successo nella recente anterprima milanese dal vivo dello scorso 7 giugno - rimane un mistero. Certo è invece che questo disco è, nel suo genere, un capolavoro: di pomposità quanto di capacità artistica. Insomma, i Muse sono bravi e magniloquenti: all'ascoltatore la scelta di quale è la caratteristica predominante.

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