«BURN THE MAPS - Frames» la recensione di Rockol

Frames - BURN THE MAPS - la recensione

Recensione del 29 dic 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Capitano strane cose nel rock. Come il fatto che un gruppo come i Frames rimangano un segreto per pochi. Eppure in patria, l’Irlanda sono dei numeri 1. Ed essere dei numeri 1 da quelle parti porta bene, sia a gente che ha conquistato il mondo per tanto tempo (i locali U2) o anche solo per poco tempo (l’inglese David Gray: il successo del suo “White ladder” è partito da lì).
Eppure fanno una musica di quelle che fa impazzire il pubblico del rock: passionale, epica come si conviene a chi arriva da quelle parti, sofferta e rabbiosa allo stesso tempo. Un rock fatto di chitarre, anche un po’ sognanti, e di una voce esile ma non lamentosa: caratteristiche che in tempi di epigoni di Radiohead e Jeff Buckley hanno fatto la fortuna di gruppi di spessore ben minore. Sia ben chiaro: potranno vagamente somigliare a questi due nomi, ma i Frames brillano di luce propria, e che luce... Una luce splendente, dovuta al songrwiting di Glen Hansard, e alla sua capacità di metterci l’anima, di tirare allo spasimo le canzoni, mettendoci un pathos che pochi altri sanno trovare.
Se dovessi trovare un termine paragone, sarebbe il conterraneo Damien Rice, che è più folk, ma ha lo stesso tipo di intensità e di calore nelle canzoni. Rice, che è un loro fan dichiarato (una sua dichiarazione campeggia non a caso sulla sovracopertina di questo disco), ha ottenuto attenzione al primo disco, portandolo in giro per il mondo con concerti incredibili. I Frames, invece, sono attivi dal 1990, e dopo un primo disco per una major hanno faticato non poco a farsi notare fuori di casa. Questo “Burn the maps”, quinto album, non ha fatto eccezione: uscito in patria nel 2004, è stato pubblicato nel mondo nel 2005 dalla Anti (etichetta fondata dai Bad Religion e casa di Tom Waits), ma è girato più con il passaparola che altro. I Frames si stanno facendo notare più che altro per i loro concerti, crescendo lentamente mentre in patria sono una piccola grande leggenda con un seguito di culto e fedele. Un peccato, o forse semplicemente troppo poco: per chi scrive “Burn the maps” è il disco dell’anno, un capolavoro di intensità, con brani che fanno venire i brividi, come la progressione di “Dream awake” o l’esplosione di “Finally”, o la delicatezza di “Suffer in silence”. Un disco e un gruppo da scoprire, sperando che non rimangano un segreto per pochi.

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