«COLES CORNER - Richard Hawley» la recensione di Rockol

Richard Hawley - COLES CORNER - la recensione

Recensione del 02 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono casi in cui le recensioni servono a qualcosa. Questo disco, per esempio, è stato anticipato da un battage di critiche entusiastiche (non ultima quella di Mojo, che l’ha decretato disco del mese) che – una volta tanto –hanno dato meritata visibilità ad un prodotto valido e non ad una ciofeca. Diversamente, sarebbe stato difficile che un nome come quello di Richard Hawley potesse farsi notare. Per carità, ha un curriculum ben nutrito: oltre ad essere stato il chitarrista dei Pulp, è uno dei più stimati session men d’Inghilterra (da Beth Orton a Robbie Williams alle All Saints – aveva rifatto John Frusciante nella loro cover di “Under the bridge). Da solista aveva pubblicato un paio di dischi buoni, ma non molto di successo.
Allora facciamo la nostra parte, segnalandovi anche noi questo “Coles Corner”: difficile non mettersi in coda a questo popò di lodi, perché è davvero un gran bell’album. Nulla di sconvolgente, per carità: non troverete nulla di nuovo qua dentro. Anzi “Coles Corner” è un disco “vecchio”, anzi retrò. Un disco che sembra uscito dagli anni ’60, con ballate che uniscono Frank Sinatra e Johnny Cash, Roy Orbison e Scott Walker (che, guarda caso, aveva prodotto l’ultimo disco dei Pulp). Un disco notturno, da ascoltare nelle sere autunnali, se cercate un po’ di malinconia. Non a caso, il titolo è di quelli che più malinconici non si può: Coles Corner è il punto di Sheffield (la città di Hawley) dove si ritrovano le coppiette, e diventa nella canzone il simbolo di ogni “downtown” a cui le persone sole pensano in cerca di un po’ di vita e di un po’ di compagnia. Un racconto a metà tra “Only the lonely” di Orbison e i racconti notturni del Sinatra più triste (quello di “One for my baby”).
La capacità di scrittura di Hawley, poi è notevole: riesce a mettere insieme diversi periodi della canzone popolare dell’ultimo secolo, dalle ballad del periodo swing al cantautorato folk-rock, con una naturalezza che pochi altri della sua generazione hanno.
“Coles corner” è, appunto, un disco retrò. Ma canzoni come la title-track rischiano di entrare nelle vostre serate e di non uscirci più per un bel pò, probabilmente come è successo a chi scrive e a chi ne ha scritto bene prima di me. Può bastare per convincervi ad ascoltare questo disco?

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