«NOME E COGNOME - Ligabue» la recensione di Rockol

Ligabue - NOME E COGNOME - la recensione

Recensione del 04 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il suono. O, meglio, IL suono. E’ il sogno, l’ossessione e la chimera di tutti musicisti. Riuscire a trovare quelle sonorità che hai nella testa, che sono frutto di anni di frequentazioni musicali, di ascolti e dell’esperienza dei tuoi concerti, sperimentando tecniche, tecnologie, musicisti e produttori.
Per raccontare il nuovo disco di Ligabue, “Nome e cognome”, bisogna partire da qua. Tralasciando il Campovolo, di cui si è parlato tanto, troppo: è stato questo, a torto o ragione, l’argomento principale di conversazione a proposito del Liga, negli ultimi mesi. Archiviata la questione (con qualche coda di polemiche, come è noto, e con una epilogo con l’uscita di DVD e libro prevista per novembre) si può finalmente parlare a cuor leggero di questo disco.
“Nome e cognome” è un disco con un gran bel suono: Liga ci ha lavorato parecchio, utilizzando nuovi studi di registrazione, un nuovo team (oltre al fido Fabrizio Barbacci, è arrivato Luca Persici), e nuovi musicisti (su tutti il chitarrista Niccolò Bossini; degli “storici” de La Banda – con cui Liga continua e continuerà a suonare dal vivo- c’è solo la presenza costante del basso di “Rigo” Righetti, più qualche apparizione sporadica degli altri). La volontà era quella di evitare di ripetersi: rischio concreto dopo un disco come “Fuori come va?”, un po’ la summa del Liga-pensiero.
Rischio evitato: non fraintendiamoci, non è che Ligabue si sia messo a fare jazz o elettronica. Fa sempre rock – quello sa fare – ma è riuscito a tirar fuori qualcosa di nuovo dalle sue canzoni. Un suono più tagliente, che in più di un’occasione ricorda quello degli U2 (per l’intreccio tra chitarre dure e quelle più melodiche e sognanti – sentite “Le donne lo sanno”), ma innestato su canzoni tipicamente “alla Liga”. Canzoni assolutamente personali (spiccano “L’amore conta”, una sorta di diario della recente separazione e la “Lettera a G”, dedicata al cugino scomparso), eppure forse per questo universali. Se ci mettete un gran lavoro sulla voce (sentite l’attacco di “Cosa vuoi che sia), capite che il paradosso di questo disco è che non cambiato nulla per cambiare tutto: gli ingredienti sono quelli di sempre, cucinati in modo diverso, per un risultato dal gusto assolutamente riconoscibile, eppure nuovo.
Ligabue gioca con canzoni tirate (dal singolo “Il giorno dei giorni” a “E’ più forte di me”) a ballatone (“L’amore conta”) Qualche episodio – come “Happy hour” o “Le donne lo sanno – non è forse originalissimo in termini di scrittura, ma è compensato da altri come la finale “Sono qui per l’amore”, che con il suo accumulo d’immagini rappresenta un nuovo modo di composizione per il narratore Ligabue.
Insomma, forse “Nome e cognome” non è il capolavoro del Liga, come già sostiene qualcuno (ci vuole tempo per un giudizio di questo genere), ma è sicuramente un passo avanti, senza passi indietro. E non è poco.

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