Recensioni / 13 lug 2005

Billy Corgan - THEFUTUREEMBRACE - la recensione

Recensione di Gianni Sibilla
THEFUTUREEMBRACE
Warner (CD)
Dice che finalmente ha capito che l’unica band di cui può far parte sono gli Smashing Pumpkins: o con loro, o da solo. Dice che conosce le aspettative del suo pubblico, ma preferisce fare la musica che sente, non quella che ci si aspetta da lui. Dice che questo è il suo modo, lento, di riavvicinarsi al rock: scrivere canzoni per se stesso, e non in un funzione di una band.
Billy Corgan ha raccontato a Rockol tutte queste cose, con grande lucidità, quando l’abbiamo incontrato in occasione della data milanese che ha anticipato, agli inizi dello scorso giugno, l’uscita di questo suo primo disco solista, “TheFutureEmbrace”. Disco che arriva dopo la parentesi degli Zwan: sfortunata secondo Corgan, per le liti interne al gruppo. Fortunata, secondo noi, perché quel disco non era malaccio, anzi.
Si arriverà, alla fine, a rimpiangerlo, ahinoi. Perché “TheFutureEmbrace” non è granchè. Saranno pure vere tutte quelle cose che Corgan ha spiegato. Ma questo album sembra privo di spina dorsale, omogeneo per non dire piatto. Corgan ha fatto una scelta precisa: un suono scarno, basato su una parte sola di chitarra, batteria elettronica e sinth. Un chiaro riferimento agli anni ’80 (già emerso ai tempi di “Ava adore”), ancora più evidente dal vivo: la formazione era composta da Corgan, due musicisti alle tastiere e uno alla batteria elettronica, sovrastati da uno schermo che rimandava immagini in proto-computergraphics stile giochi da bar di quel periodo.
Peccato che quest’impianto, che sul palco rendeva bene, su disco si trasformi un suono monotono, che rende le canzoni una troppo simile all’altra, senza permettere loro progressioni, anzi i decolli, come ai tempi dei Pumpkins.
Il disco, in sostanza inizia bene, con l’1-2-3 di “All things change", "Mina Loy (M.O.H.)" e "The CameraEye". Ma già alla quarta canzone è facile avvertire qualche segno di stanchezza. Poco importa che la quarta traccia sia una cover, interessante per scelta, per arrangiamento e per opsiti:“To love sombedy” dei Bee Gees, in cui compare ai cori Robert Smith dei Cure. Il gioco, a quel punto, fa già fatica ad andare avanti. Forse sarà l’intolleranza di chi scrive (ma vi assicuro che non mi aspettavo a tutti i costi un ritorno ai suoni degli Smashing Pumpkins, anzi), ma mi sembra si faccia fatica ad arrivare alla fine del disco.
In tutto questo, la nota positiva mi sembra il modo di cantare di Corgan, sembre unico con quella voce un po’ miagolante. Troppo poco, però per uno come lui, che ha fatto la storia del rock. Se davvero ha bisogno di tempo per riavvicinarsi al rock, o per tornare a fare musica come credo, diamoglielo. Sperando che riesca a tornare ai livelli musicale ai i quali ci ha abituato in passato.