«IL GIARDINO DELLE API - Marco Masini» la recensione di Rockol

Marco Masini - IL GIARDINO DELLE API - la recensione

Recensione del 10 lug 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Prima di tutto nota di merito per il booklet, con belle foto che mostrano un Masini sorridente circondato da fiori e piante, perfettamente in tema con il titolo dell’album. Arrivando al dunque: un lavoro che arriva a quattro anni e mezzo dall’ultimo di canzoni inedite ha per forza delle cose da dire. E infatti le dice, alla maniera di Masini: passando di brano in brano attraverso la morbida vena pop che negli ultimi anni, messe da parte alcune amarezze, il musicista fiorentino ha scoperto essergli più consona. In questo “Il giardino delle api” troviamo naturalmente “Nel mondo dei sogni”, il pezzo sanremese qui proposto in due versioni (con e senza Jessica Morlacchi dei Gazosa) e anche qualcosa di più interessante. Un paio di titoli su tutti: “Libera”, una canzone-dialogo dedicata “ai genitori” da uno che non ha figli ma che dice, “con questo brano ho cercato di mettermi nei panni di un padre per dar voce a sentimenti che io posso solamente intuire ma che sono carne viva per chi padre lo è davvero”.
E poi “La mia preghiera”, che per brevità – e senza offesa per Masini – musicalmente definiremmo ramazzottiana; il testo parla di errori (“miei e tuoi”), di una “legge che non basta”, di una fede cercata e della speranza che “esista un’altra strada”. Fedele alla (sua) linea, Masini non abbandona mai l’incertezza esistenziale e continua a darle voce, anche in “Briciole”, efficace ballad che riflette su bugie e altri errori, e racconta dolorosi addii. Impossibile e ingiusto aspettarsi, del resto, un Masini sereno; piuttosto qui si vede con chiarezza l’uomo che tanto ha cercato, sofferto e sperato, che cade e si rialza, sogna un futuro (sereno?), forse un figlio (invocato nel testo di “Il nostro ritorno”), traccia un bilancio e non ha paura di ammettere le proprie sconfitte. Con una riflessione Firenze-based in “Gli occhi dell’Arno”, che dedicata all’alluvione del Sessantasei diventa spunto per una riflessione sull’infanzia di Masini, mentre l’usuale polemica contro il mondo dello show-biz trova spazio in “Brava”, il cui testo è rivolto a una ragazzina, aspirante velina.
L’album si fa più rarefatto – e in parte perde d’incisività, per paradosso – verso la fine, con gli ultimi due brani, “Maledetta amica mia”, che non suona così convinta, e “Il giardino delle api”: pur dando il titolo al disco non è il pezzo più felice di un lavoro che nel complesso resta equilibrato e coraggioso. Tutt’altro che disperato.

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