La canzone che Bono non ha mai finito (ma che ha salvato un uomo)
“It’s a spell more than a song”, dice Bono in un momento di “Bad: The Song That Saved My Life”, il documentario appena trasmesso dalla televisione irlandese RTÉ che racconta la storia dietro una delle canzoni più belle, intense e amate degli U2. “Bad”, incisa nel 1984 e pubblicata l’anno successivo in “The Unforgettable Fire”, anche se è un classico del repertorio della band, secondo Bono non è mai stata davvero completata. “I never finished it. It’s still being finished in other people’s lives”, dice nel documentario. Non è soltanto una battuta: oò documentario racconta come una canzone incompiuta abbia continuato a vivere, fino a contribuire a salvare la persona che l’aveva ispirata, più di trent’anni dopo la sua pubblicazione.
L’uomo salvato da “Bad”
“Le mie persone preferite sono i sopravvissuti”, dice Bono nel documentario. “Quelli che attraversano la valle dell’ombra della morte e arrivano dall’altra parte”. Andy “Guck” Rowen era uno di loro: è il fratello di Guggi, migliore amico di Bono nonché frontman dei Virgin Prunes, storica band dublinese contemporanea degli U2. Ed è anche il fratello di Peter Rowen, il bambino che compare sulle copertine di “Boy” e “War”.
Cresciuto con Bono nella Dublino nord, era, a suo dire, “il ragazzo più intelligente della strada”, uno di quelli che sembravano aver imparato a memoria l’Enciclopedia Britannica. Poi arrivarono i traumi: i bombardamenti di Dublino del 1974, cui assistette da ragazzino, una famiglia violenta, l’eroina. Bono scrisse “Bad” dopo una sua overdose, cercando di immaginare cosa significasse vivere dentro quella dipendenza. Più tardi sarebbero arrivate anche “Running to Stand Still” e, molti anni dopo, “Raised by Wolves”, altre canzoni che, in modi diversi, affondano le radici nella storia di Rowen.
Il documentario però non racconta la caduta, ma la rinascita. Nel 2011 l’attore irlandese-americano Declan Joyce convince Rowen a lasciare Dublino e a trasferirsi a Cleveland per entrare in un programma di recupero. Appena arrivato negli Stati Uniti lo porta alla Rock and Roll Hall of Fame. Lì, dietro una teca, Andy vede il manoscritto originale di “Bad”. Per lui è un segno. Dopo mesi di riabilitazione gli U2 lo invitano al concerto di Pittsburgh. Quella sera suonano “Bad” e gliela dedicano.
La canzone che Bono non riusciva a finire
“Bad”, nelle intenzioni di Bono, voleva unire la poetica metropolitana di Lou Reed con l’intensità di Van Morrison. Sarebbe diventato uno dei brani più amati degli U2, ma rischiò di non entrare in “The Unforgettable Fire”.
Già nella sua autobiografia “Surrender”, Bono racconta che era incompiuta, “piena di lacune”, o addirittura non all’altezza. “Volevamo unire l’intensa passione di Van Morrison alla poesia metropolitana di Lou Reed. Sfortunatamente, la poesia non era all’altezza. Sfortunatamente, la canzone rimase incompiuta.”
“Fortunatamente, Brian Eno amava le canzoni incompiute”, racconta Bono, attribuendo al produttore il merito di avere salvato la canzone, insistendo perché il brano entrasse comunque nel disco, vincendo le resistenze della band. Bono, invece, continuava a viverla come un testo aperto: dal vivo viene dilatata e infarcita di citazioni di altre canzoni. “Bad” non è una canzone incompleta nel senso di irrisolta, ma una canzone volutamente aperta, destinata a cambiare, nella tradizione delle grandi canzoni che fanno da base a improvvisazioni sul palco, come “Cortez the Killer” di Neil Young.
La vita di “Bad”
Anche se “Bad” è una canzone aperta, una versione definitiva c’è: non è quella di “The Unforgettable Fire”, ma quella pubblicata pochi mesi dopo nell’EP “Wide Awake in America”. Dal vivo “Bad” si allunga, cambia, incorpora citazioni, diventa quasi una base su cui Bono continua a lavorare. C’è chi ha catalogato tutte le variazioni del testo, un po’ come accade con le improvvisazioni dei Grateful Dead o di Bruce Springsteen.
Fra le versioni più celebri c’è quella del Live Aid del 1985, quando gli U2 sfidarono un pubblico televisivo di centinaia di milioni di persone con una versione di oltre dieci minuti, che si apriva con una citazione di “Satellite of Love” di Lou Reed.
La continua evoluzione della canzone è testimoniata da un’altra versione memorabile, quella registrata al Fleet Center di Boston il 6 giugno 2001, pubblicata nella ristampa di “All That You Can’t Leave Behind”, dove “Bad” sfocia naturalmente in “Where the Streets Have No Name” - musicalmente tra le più belle in assoluto. Nel 2011, a Pittsburgh, la canzone assume un altro significato: Andy Rowen è tra il pubblico, appena uscito dal percorso di recupero iniziato a Cleveland. Bono chiede alla band di cantare “Bad”, anche se nel tour non era mai stata messa in scaletta. Inserisce versi di Van Morrison (“In the Garden”) e Lou Reed (“Walk on the Wild Side”), gli stessi due artisti che avevano ispirato la canzone fin dall’inizio, prima di chiudere con “40”. È una delle sue interpretazioni più intense.
Più recentemente, durante il tour di “The Joshua Tree”, Bono ha inserito citazioni di Keats e Yeats: la versione cantata a Roma nel 2017 è memorabile.
Forse il punto di arrivo più vicino a una versione definitiva è però “Songs of Surrender”. Gli U2 la reincidono in acustico e Bono riscrive il testo: il primo verso diventa “If I turn and twist away”, il racconto passa interamente in prima persona, compare un nuovo bridge (“You can have it all if you give it all away”), “To let it go and to fade away” diventa “To let it go and so not to fade away”, mentre il celebre “Surrender, dislocate” viene trasformato in “Surrender, this is a song of surrender”. È una modifica che lega direttamente “Bad” all’autobiografia di Bono e alla raccolta che ne prende il titolo, quasi a suggerire che quella canzone, quarant’anni dopo, continui ancora a essere riscritta. E continua a essere tra le più belle della band, se non la più bella in assoluto.