«ANIMAL SERENADE - Lou Reed» la recensione di Rockol

Lou Reed - ANIMAL SERENADE - la recensione

Recensione del 04 apr 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Sesto disco dal vivo in 30 anni di carriera solista. Seconda uscita “celebrativa” in meno di un anno dopo la (bella) raccolta “NYC man” del maggio 2003. A leggere i dati così, superficialmente, c’è da pensare che Lou Reed sia in fase di stallo creativo. Invece Lou non è uno che fa le cose a caso, o che si nasconde dietro le richieste delle case discografiche, sempre pronte a riciclare tutto il riciclabile, cercando di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Anzi.
Non dimenticatevi che poco più di un anno fa Lou ha pubblicato uno dei dischi più belli e difficili della sua carriera, quel “The raven” che era un ambizioso concept album dedicato alla figura di Edgar Allan Poe.
E anche il tour che ne seguì era, a suo modo assai concettuale: già lasciati da parte i momenti più intellettuali di quel disco, Lou si mise a rivisitare brani di tutta la sua carriera, in una nuova chiave minimalista-elettrica, assolutamente affascinante. Chi l’ha visto nei suoi passaggi italiani dello scorso maggio e di luglio sa di che cosa si sta parlando. Questo “Animal serenade” è una bella testimonianza di quel tour. La copertina è un’altrettanto bella foto di Guido Harari scattata proprio a Milano, e i due CD coniugano felicemente passato, presente e futuro. Il passato è quello di brani storici, anche tratti dal repertorio dei Velvet Underground: leggete la scaletta, ma soprattutto sentite le grandi versioni di “Venus in furs”, “All tomorrow parties” o “Sunday morning". Il passato è anche quello di “Rock ‘n’ roll animal”, disco dal vivo del 1975 a cui ci si richiama fin dal titolo. In questo caso, più che di rock ‘n’ roll si tratta per l’appunto di serenate, canzoni scarnificate nell’impianto sonoro (la batteria è quasi assente, per esempio).
Il presente, invece, è quello di una ricerca sonora che mira alla perfezione, e che quindi tende al futuro. Un percorso iniziato con “Perfect night”, live acustico di qualche anno fa, e che qui volge verso l’elettrico: pochi sono in grado di ottenere suoni cristallini ed impeccabili come quello di “Tell it to your heart” o "How do you think it feels" senza rischiare neanche lontanamente di sembrare freddi. La grandezza di Lou Reed passa anche di qua e passa anche dall'essersi scelto grandi musicisti come Mike Rathke o la violoncellista Jane Scarpantoni.
Detto questo, l’impianto del concerto che Lou Reed ha portato in giro lo scorso anno era quasi teatrale, con poco spazio lasciato all’improvvisazione: sempre la stessa scaletta, pochissime variazioni (e solo nel finale, dove ogni tanto saltavano fuori una “Walk on the wild side” o una “Perfect day” qua escluse), con ritmi e tempi ben definiti: dialoghi scarni e mirati (per lo più all’inizio, come nello spiegare la falsa esecuzione di “Sweet Jane”, canzone peraltro sempre suonata in apertura nel tour), il Tai-Chi di Ren Guang-Yi (che qui ovviamente non è possibile gustare), gli spazi dati ai “comprimari”: il chitarrista Ferndando Saunders che canta in “Revien Cherie” (di cui è anche autore) e il vocalist Anthony in “Candy says” e in qualche altro frammento.
Ecco, se proprio vogliamo trovare un difetto a questo live sono questi momenti, in cui la tensione inevitabilmente cala: le “spalle” non sono all’altezza della “star”. Per il resto è un bellissimo e godibilissimo documento, che non si limita a riproporre vecchie canzoni, ma le reinventa. Se tutti i dischi live fossero così, Reed potrebbe farne anche 20…

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