«ME AND MR JOHNSON - Eric Clapton» la recensione di Rockol

Eric Clapton - ME AND MR JOHNSON - la recensione

Recensione del 02 apr 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Robert Johnson ed Eric Clapton non si discutono. Il primo è una figura leggendaria, di quelle che alimentano i miti e i riti della musica popolare di questo secolo. Nella sua storia, realtà e fantasia si fondono: morto a soli 27 anni nel 1938 (per mano di un fidanzato geloso), era già considerato “Il re del delta del Missisipi”. La leggenda dice che per diventarlo, abbia venduto la sua anima al diavolo, incontrato ad un incrocio (“Cross road blues”, era il titolo di una sua famosa canzone). Il diavolo, sotto forma di omone nero, gli avrebbe accordato la chitarra, facendolo diventare quello che è stato. La realtà dei fatti dice che Johnson ci ha lasciato solo 29 canzoni, considerate IL repertorio blues più importante.
Neanche Clapton si discute: bianco e inglese, è stato una delle figure centrali del british blues nei vari gruppi in cui ha suonato, ma ai più è noto per le sue fama di chitarrista affermata anche attraverso strade più attente al pubblico di massa: il riff di “Layla” con Derek and The Dominos, la sua rivisitazione di “Cocaine” di J.J. Cale, qualche ballata memorabile (“Wonderful tonight”), uno dei primi “Unplugged” di successo. Ovviamente è impossibile riassumere la sua più che trentennale carriera in pochi dati, quindi evitiamo. Constatiamo solo che 1)Clapton ha spesso scelto di fare musica “popolare”, tralasciando anche le sue origini blues per il pop-rock 2) queste origini blues, forse, le ha solo saltuariamente dimenticate, ma mai veramente tradite; anzi, le ha spesso rispolverate esplicitamente, in dischi come questo “Me and Mr. Johnson”, dedicato per l’appunto al padre fondatore del genere.
Il precedente più importante in questo filone, però, è forse quel “From the cradle”, album di standard blues, che seguì per l’appunto il fortunato “Unplugged” del ’92. Da quel disco rimase fuori Johnson (peraltro già frequentato in altre occasioni in passato), che oggi viene ripreso sistematicamente: 14 brani sui 29 scritti. Mancano alcune chicche come la leggendaria (scusate l’uso forse eccessivo di questo aggettivo, ma trattandosi del personaggio è inevitabile “Sweet home Chicago”), ma è presente quella “Love in vain” che, si dice, sia una delle più belle canzoni d’amore di sempre.
Insomma, un doveroso e rispettoso omaggio: questo è “Me and Mr. Johnson”. Anche qua, non si discute la capacità di Clapton di suonare il blues. La sensazione, ascoltando queste canzoni, è che tutto sia troppo rispettoso. O, meglio, che sia tutto troppo pulito per essere davvero blues. Negli anni Clapton è diventato una superstar, che ha intorno grandi collaboratori e ha imparato a registrare come si confà ad uno del suo status. La perfezione, però, si addice più al pop-rock che non al blues, che se non è “sporco” rischia di perdere buona parte della sua anima. Persino la ricostruzione dei suoni anni ’30 di “They’re red hot” è troppo bella per essere vera. Prendete, per converso, la ricostruzione di brani blues fatta dagli Aerosmith, e avete un termine di paragone. Più cattivi e divertenti Tyler e soci, più scolastico e precisino, mr. Clapton.
Il lato positivo di tutto questo è che “Me and Mr. Johnson” è comunque un’ottima occasione per scoprire un grande della musica (Johnson, ovviamente…). A patto, però, di andare poi a recuperare l’originale e non fermarsi all’imitazione, per quanto buona.

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