«THE RAVEN - Lou Reed» la recensione di Rockol

Lou Reed - THE RAVEN - la recensione

Recensione del 30 gen 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il rapporto del rock con la poesia e con la letteratura è un tema troppo ampio per essere anche solo accennato in una recensione, seppure dedicata ad un’opera monumentale come “The raven” di Lou Reed. Certo è che Reed non è il primo a tentare di scardinare i limiti “canzonettari” della musica popolare contemporanea, costruendo un lavoro letterario e concettuale, in cui le canzoni non sono solo singoli oggetti accomunati da legami deboli, o solo dal fatto di trovarsi sullo stesso supporto.
“The Raven” è infatti un “concept album” (perdonateci la definizione, assolutamente riduttiva) in cui i brani musicali sono un’entità più ampia e coesa, ispirata da un tema forte e comune, il riferimento ad Edgar Allan Poe. Un tentativo non nuovo, appunto, sperimentato dai musicisti in diversi modi, con le rock opera alla “Tommy” o “The wall” o da album “narrativi” come alcune opere di David Bowie (“Outside”, per citarne una) o di Peter Hammill ("The fall of the house of Usher", pure ispirato a un'opera di Edgar Allan Poe).
Andiamo con ordine, comunque. “The raven” è appunto centrato sulla libera reinterpretazione dei lavori di Poe, al quale Reed aveva già dedicato lo spettacolo “POEtry” scritto insieme a Robert Wilson. L’album, co-prodotto insieme a Hal Willner, vede ospiti quali gli attori Willem Dafoe e Steve Buscemi e i musicisti David Bowie, Laurie Anderson, Ornette Coleman, i Blind Boys of Alabama e Anna e Kate McGarrigle, oltre agli abituali compagni musicisti Mike Rathke (chitarra), Fernando Saunders (basso), Tony Smith (batteria), più l’aggiunto Friedrich Paravicini (tastiere). Il disco esce in due versioni, una singola, con 17 canzoni, uno strumentale e tre brani recitati, ed una limitata doppia, con 18 canzoni e 18 recitati.
Già solo quest’ultima scelta vi dà un’idea della complessità del lavoro. Che è poliedrico non solo nella struttura, ma anche nei suoni, nelle idee che si materializzano nelle singole canzoni e nei singoli brani.
Difficile dire ora se “The raven” sia un capolavoro. Certamente è l’opera di una mente musicale superiore: che Lou Reed fosse tale non è una novità. Però, a caldo, si possono provare a fare un paio di ragionamenti, per abbozzare un giudizio sul valore dell’opera.
Il primo tipo di ragionamento riguarda proprio la struttura generale del disco: che è assolutamente geniale, derivativa e personale contemporaneamente. In questo sta il genio di Lou Reed: con questa opera non ha creato una “semplice” messa in musica dei testi di Poe, ma li ha riscritti secondo la propria sensibilità. “Ho riletto e riscritto Poe – scrive Reed nel libretto dell'album- per trovare risposta alle solite domande: ‘Chi sono’ e ‘Perché sono attratto dalle cose che non dovrei fare?’ Ho lottato con queste questioni un sacco di volte: l’impulso di autodistruzione, il desiderio di automortificazione. Nella mia mente Poe è il padre di William Borroughs e Hubert Selby. Da sempre cerco di mettere in circolo nelle mie melodie il loro sangue”.
Si parte dai versi iniziali de “Il corvo” (recitati così come li aveva scritti Poe), e poi si parte… Vengono recitati e riscritti, tra gli altri, “Il crollo della casa Usher” (presente solo nella versione doppia), “Il corvo” (la title track “The raven”, recitata da un Willem Defoe inquietante ma senza pari in quanto ad espressività della voce), e “Il pozzo e il pendolo”.
La struttura dell’opera è talmente complessa che prevede nuove canzoni, canzoni vecchie reinterpretate (la notissima “Perfect day” da "Transformer", che qui diventa una cupa sperimentazione cantata da Antony, e “The bed” da “Berlin”), brani strumentali (spicca la rumoristica “Fire inside”, rappresentazione sonora dell’11 settembre, nelle intenzioni dell’autore) e brani recitati. In questi ultimi diverse voci si intrecciano e vengono stese su un tappeto di basi musicali sperimentali o classicheggianti (per lo più dominate dagli archi di Jane Scarpantoni – già collaboratrice dei R.E.M.).
Questa complessità ci porta al secondo ordine di ragionamento che è possibile fare: un album così complesso è anche piacevolmente ascoltabile? La risposta che si può dare è ambivalente: sì e no. Innanzitutto bisogna dire che la scelta di pubblicare il cd in due versioni diverse, una più sintetica ed una “estesa”, pare un grande atto di rispetto verso il proprio pubblico. Perché la versione doppia di “The raven” è effettivamente un disco molto, molto impegnativo, non certo una cosuccia da ascoltare in sottofondo… Nelle due ore si susseguono una tale quantità di stimoli sonori e intellettivi che è quasi impossibile non uscirne storditi. In sostanza, consigliamo questa versione agli appassionati più appassionati.
Buona parte della stessa quantità di stimoli sono pure presenti nella versione “singola”, che riduce quasi del tutto gli intermezzi recitati (a tre) e strumentali (a uno). Anche le 17 canzoni che rimangono sono tra di loro molto diverse e molto complesse: si va dalle già citate rielaborazioni di “Perfect day” e “The bed”, al rock tagliente di “Prologue”, “Burning Embers”, “Blind rage” e “Hop frog” (breve duetto con l’amico David Bowie): in tutti questi casi Reed fa un grande uso dell’effettistica sulle chitarre – arte in cui è maestro. Quindi si passa dalle atmosfere acustiche di “Who I am” e del duetto con Laurie Anderson su “Call on me” (assolutamente emozionante) allo swing di “Broadway song” (ironicamente cantata da Steve Buscemi), dal minimalismo pianistico di “Vanishing act” al rock jazzato di “Guilty” (con uno stupendo intervento al sax dell’inventore del free jazz Ornette Coleman), al blues di “I wanna know” (cantata con l’altrettanto splendido intervento dei Blind Boys of Alabama).
Nel complesso, “The raven” si rivela da questo punto di vista un disco forse non “piacevole” nel senso tradizionale del termine, ma avvolgente, intrigante. E’ un lavoro eterogeneo, molto di più delle ultime prove del Nostro. Oltretutto, diverse canzoni non sono cantate direttamente dalla voce di Lou Reed (ma da quelle di Antony, delle sorelle McGarrigle e così via), e in alcuni casi la stessa voce di Reed è quasi irriconoscibile (come in “Burning embers”).
Insomma, “The raven” è un disco talmente complesso che è quasi impossibile valutarlo secondo i canoni tradizionali usati per recensire altri album. E’ un grande disco, soprattutto concettualmente; è una sorta di poliedrica summa dell’altrettanto poliedrica carriera di Lou Reed; è un grande e sperimentale passo avanti; ed è, infine, un album bello e difficile. Ma questo ci si può e ci si deve aspettare da un grande come Lou Reed.

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