«TRANSFORMER - Lou Reed» la recensione di Rockol

Lou Reed - TRANSFORMER - la recensione

Recensione del 28 ott 2013 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Va bene, lo confesso: prima di comprare “Transformer” manco lo sapevo chi fosse, Lou Reed. Ho qualche attenuante: avevo vent’anni, ero cresciuto a canzonette italiane fin quando avevo ricevuto in regalo, da uno zio lungimirante, “Penny Lane” / “Strawberry Fields forever” (il singolo) e da allora ero stato tutto Beatles fino al giro del decennio, quando m’ero invaghito (colpa di Enzo Caffarelli, il recensore di “Ciao 2001”) di Genesis, Jethro Tull, Van der Graaf Generator, Gentle Giant, Audience e (Dio mi perdoni) Amazing Blondel.
Poi è successa quella cosa enorme di Ziggy Stardust, così un bel giorno ho messo insieme i soldini di tante paghette e mi sono comprato, tutti insieme, “The rise and fall of Ziggy Stardust” (appunto) di David Bowie, “Roxy Music” dei Roxy Music, “All the young dudes” dei Mott the Hoople, “The human menagerie” dei Cockney Rebel e - già che c’ero - “No pussyfooting” di Brian Eno e Robert Fripp.
Roba che mi ha lasciato il segno, e ancora oggi non so se è un buon segno o un cattivo segno. Il segno lasciato da “Transformer”, di questo sono certo, è stato buono: perché da lì è partita la mia scoperta dei Velvet Underground, che sono senz’altro un caposaldo - anche se allora non ne ero granché consapevole - della storia del rock. Oddio, è pur vero che anche senza comprare “Transformer” probabilmente ai Velvet Underground ci sarei arrivato ugualmente, prima o poi; ma, insomma, meglio prima, no?
Comunque, a “Transformer” devo della gratitudine, e non sarò così irriconoscente da negarlo. Sicché, è con una certa commozione che metto nel lettore questa edizione commemorativa in CD (“Transformer” non l’avevo mai ricomprato, in Cd; di Lou Reed, lo sapete già se avete seguito su Rockol la serie di recensioni dedicate ai “grandi dischi del rock”, considero che il lavoro più significativo sia “Berlin”). Però di “Transformer” possiedo due edizioni in vinile: la prima è la stampa italiana, RCA, stampata su quel vinile leggerissimo e flessibile che si chiamava “Dynaflex” - una bella porcheria, credetemi. Non credete che sia mai esistita una roba di nome Dynaflex? Pensate che l’Alzheimer mi abbia ormai completamente rimbambito? Ecco qua: “Dynaflex: Ultra-thin pressings of high-grade virgin vinyl introduced by RCA Victor in late 1969. Although considered crap by most collectors because they do not seem flat when held, they actually have much quieter surfaces then most of the popular records pressed by RCA in the mid-to-late-1960s due to the extraordinarily high percentage of re-grind vinyl used in all but its Red Seal, Vintage Series, and Original Cast pressings. Dynaflex was also less prone to breakage and permanent warpage in shipment. Its lighter weight reduced shipping costs and allowed for the use of a higher grade of vinyl because less material was required. They were supposed to lie flat on the turntable due to their own weight, but RCA forgot that many people had changers with 8-inch turntables!”.
Adesso ci credete? Bene, torniamo al disco. Quella edizione di “Transformer” - quella della RCA italiana - aveva la copertina censurata: sì, perché il tizio in maglietta bianca, jeans e cappello da motociclista fotografato sul retro (una specie di “Querelle de Brest”) esibiva, ben visibile sotto i jeans, una poderosa erezione che i puritani discografici italiani avevano pensato bene di non mostrare al sensibile pubblico del nostro Paese (e così, già che c’erano, avevano colto l’occasione per coprire anche l’inguine del travestito-tacchi-alti-calze-velate-riccioloni-neri ritratto pure lui sul retro di copertina). Questi dettagli li ho appresi in seguito, qualche anno dopo, quando ho acquistato un’altra copia dell’album, d’importazione: e questa non aveva quel fascione dorato con la scritta “Produced by David Bowie and Mick Ronson” che era stato utilizzato come protezione della morale sessuale di noi impressionabili ragazzi italiani (“ma i ragazzi italiani già venivan su!” come ebbe a cantare Ron in quei tempi, proprio).
Ebbene, la versione Cd ripristina la fotografia originale, pur lasciando il macho fumante - nel senso che ha l’obbligatorio pacchetto di sigarette infilato nella manica sinistra della maglietta - da solo sul retro del Cd, e facendo traslocare il nervoso travestito all’interno, nel retro di copertina del libretto (OK, volevo tenermelo per il finale ma ve lo dico adesso: il macho e il travestito sono la stessa persona, Ernst Thormahlen. E già che ci sono vi dico un’altra cosa, che ho appreso dal libretto del Cd: sembra che Lou Reed in persona abbia rivelato che “la poderosa erezione” di cui sopra era semplicemente “una banana, una grossa banana” infilata nei jeans di Ernst). La facciata A dell’album, e del libretto, resta invece com’era nella versione originaria: la faccia di Lou Reed fotografata in bianco e nero da Mick Rock, con gli occhi bistrati e un’espressione attonita (un Frankenstein effeminato), e sotto di lui la sagoma di una chitarra profilata in arancione e verde. Impossibile non notare la rassomiglianza di Lou Reed, in questa foto, con il Frank’n’Furter di Tim Curry in “Rocky Horror Picture Show” - e, prima che qualche saputello alzi il ditino per specificare che “Rocky Horror Picture Show”, il film, è del 1975, e che “allora semmai è stato Tim Curry a copiare da Lou Reed”, specifico che Tim Curry nel 1973 già portava in giro da anni il “Rocky Horror Picture Show” nei teatri prima di Londra e poi di Broadway.
Comunque. Quando Lou Reed, all’inizio degli anni Settanta, lasciò New York per Londra, come primo album solista pubblicò il folkeggiante “Lou Reed”; poi, venuto a contatto con David Bowie, allora sul punto di deflagrare con “Ziggy Stardust”, si lasciò convincere a farsi produrre da lui un secondo lavoro (l’incontro, per la storia, avvenne a New York; Bowie ricorda: “Restai stupefatto quando Lou accettò che io lavorassi con lui come produttore: ero terribilmente intimidito perché sapevo che grandi cose aveva fatto prima di allora”). Poi, in effetti, Bowie si fece abbondantemente aiutare nel compito da Mick Ronson - e fece bene, credo.
Adesso voi forse vorreste sapere qualcosa della musica e delle canzoni contenute in questo disco, dopo che ve l’ho fatta lunga con i ricordi d’infanzia, le foto di copertina e i dettagli storiografici. Ma ho un po’ paura a dirvi il mio pensiero “da critico” (ah ah!) su “Transformer”. E la paura mi è venuta rileggendo due recensioni (di mano diversa, ovviamente) comparse sull’autorevolissimo “Rolling Stone”. Nella prima, uscita nel gennaio 1973, Nick Tosches scrive: “Penso che l’album non esprima nemmeno lontanamente le potenzialità di Lou Reed, che dovrebbe mettere da parte questa roba pseudoartistica sull’omosessualità e cominciare a sputar fuori la sua visionarietà”. Nella seconda, uscita nel marzo 2002, Rob Sheffield scrive: “Un manifesto del glam, oltraggioso in ogni sua parte quanto lo è Lou Reed stesso; lui e Bowie non hanno più collaborato per nessun altro disco, ma ‘Transformer’ campeggia leggendario nelle carriere di entrambi”.
Dunque, nel giro di tre decenni “Rolling Stone” ha rivisto completamente il proprio parere sul disco. Ecco, è successa la stessa cosa anche a me, ma (lo dico con dispiacere) nella direzione opposta: quanto “Transformer” mi piaceva e incuriosiva e “intrigava” (allora questo verbo non era ancora così di moda) trent’anni fa, tanto oggi mi suona snervato e slombato, artefatto e complessivamente insincero. Il che non significa che io non riconosca più la grandezza di “Walk on the wild side”, incontestabilmente una delle grandi canzoni del rock di sempre: sono felice di averla trasmessa decine di volte da una radio di provincia benpensante e codina (tanto nessuno capiva che “but she never lost her head / even when she was giving head” significa “ma lei non perdeva mai il controllo / nemmeno quando faceva i pompini”; non l’avevano capito neanche quelli della BBC britannica, che infatti trasmettevano il brano nella versione originale - mica come gli americani, che avevano preteso per il singolo una versione espurgata). Con il suo titolo rubato a un racconto di Nelson Algren ambientato a New Orleans, con la riambientazione sui marciapiedi di New York e la sua sfilata di personaggi come figurine di un album-raccolta dedicato alla Factory di Andy Warhol - Holly Woodlawn, Jackie Curtis, Candy Darling, Sugarplum Fairy -, la canzone è esplicita e didascalica quanto “Trash”, il film-documentario di Paul Morrissey nel cui cast figurano tutti i citati e molti altri (sì, l’ho visto, il film, non sto semplicemente dandomi arie da intellettuale: se volete potete vederlo anche voi, in Italia è distribuito in videocassetta da RaroVideo, www.rarovideo.com); anche se per una dettagliata e sarcastica e spassionata descrizione più accurata dei personaggi (“Little Joe era un idiota!”) vi rimando alla versione di “Walk on the wild side” pubblicata sul doppio live “Take no prisoners” - presa da uno dei quattro concerti del maggio 1978 al Bottom Line di New York, una sera in cui Reed era particolarmente di buonumore e aveva voglia di parlare.
Ovvio che la versione di riferimento resta quella di “Transformer”: con la chitarra acustica di Lou Reed, i coretti “du - du du - du du - du du du du”, la frase di sax di Ronnie Ross rubacchiata a “Mr. Big Stuff” di Jean Knight. E con il basso di Herbie Flowers; anzi, con “i” bassi: perché Herbie, che quell’ipnotica frase l’aveva suonata al contrabbasso acustico, suggerì di raddoppiarla col basso elettrico (mica per ragioni artistiche: voleva guadagnarsi la paga di un secondo turno di studio, 12 sterline - e non è una malignità: l’ha raccontato lui, nel documentario “Classic albums - Transformer”). E ovvio che “Walk on the wild side” è una grande canzone: solo una grande canzone può superare indenne una cover italiana firmata Monti-Dossena e intitolata “I giardini di Kensington” (con tutto il rispetto per Patty Pravo che l’ha cantata come sa fare lei), l’utilizzo per uno spot pubblicitario della Honda (“non accontentatevi di camminare...”), e una versione di Tori Spelling (nel serial “Beverly Hills 90120).
Ed è una grande canzone rock (soprattutto è grande l’arrangiamento, di Mick Ronson) anche “Vicious”, che apre la facciata A del disco (“Vizioso, mi picchi con un fiore...”), e che non sfigurerebbe in un disco dei Velvet Underground. Ed è una buona canzone “Satellite of love”, tutto sommato. Ma - scusate la brutalità - “Perfect day”, ormai assurta a livelli di eccessiva popolarità che ne hanno snaturato la languida perversione (dopo la versione benefica “all-stars” della BBC, e dopo l’inserimento nella colonna sonora di “Trainspotting”), riascoltata oggi appare ben poca cosa, una canzoncina sulla vena romantico-decadente della bowiana “Letter to Hermione” - sono curioso di sentirla nel nuovo album di Lou Reed, “The raven”, dalla voce di quello scherzo della natura che risponde al nome di Antony (è curioso ma non rivelatore, se non del determinante intervento dell’effeminata produzione bowiana e di qualche cambiamento nel testo - che in origine parlava di “summer day” e non di “giorno perfetto” - il demo acustico di “Perfect day” che costituisce una delle due bonus track di questa riedizione in Cd).
Le altre? “Andy’s chest” sembra un outtake di “Hunky Dory”, “Hangin’ round” mi sarebbe piaciuto sentirla piuttosto dai Mott the Hoople (anche di questa c’è nel Cd un demo acustico come bonus track), “Make up” - con l’insistente tuba di Herbie Flowers - è una specie di pallida anticipazione di “Caroline says” (che comparirà, lì bellissima, in “Berlin”), “Wagon wheel” e “I’m so free” sono, come dicono gli anglosassoni, “disposables” - insomma, se ne può tranquillamente fare a meno, massacrate come sono da irritanti coretti; “New York telephone conversation” è uno scherzo vaudeville o poco più (sì che la conoscete: è la sigletta di “Brand new”, il programma di MTV); e “Goodnight ladies”, il brano che chiudeva la tracklist dell’album, sembra scritta da John Kander e Fred Ebb per la colonna sonora del film “Cabaret” di Bob Fosse, uscito proprio l’anno prima - ma Joel Grey, “maestro di cerimonie” della pellicola al fianco di Liza Minnelli, l’avrebbe resa ben più frizzante e maliziosa (ascoltare per credere “Two ladies” e “Tiller girls”).
Non avrei però speso tanto tempo e tante parole e tanta attenzione per parlare di questo album, se non lo ritenessi comunque importante. Forse lo è (lo è stato), più che per i suoi meriti intrinseci, per le conseguenze che ha determinato: ha riportato Lou Reed alla ribalta, l’ha fatto ridiventare un personaggio (anche da classifica), e probabilmente è servito a ridargli piena fiducia nelle proprie possibilità dopo il periodo di eclissi seguito all’uscita dai Velvet Underground. Non a caso, dopo “Transformer” Lou Reed scriverà un capolavoro indiscutibile come “Berlin” (se volete, ne trovate la recensione nell’archivio di Rockol); non a caso, in seguito prenderà garbatamente benché orgogliosamente le distanze dalla musica e dalle canzoni di “Transformer” ("Io sono il miglior imitatore di me stesso. E dunque, visto che tutti stavano facendo soldi imitandomi, ho pensato che non c’era ragione per non farlo anch’io. Perché no? Sono stato io a creare Lou Reed. Personalmente ho pochissimo in comune con il personaggio Lou Reed, ma posso impersonarlo bene, molto bene”.
Dunque, “Transformer” è per più ragioni un disco-manifesto: perché simboleggia al meglio l’immagine pubblica del Lou Reed inizio anni Settanta, perché è il frutto di uno sforzo comune di tre dei personaggi più significativi dell’epoca - lo stesso Lou, David Bowie e il forse non ancora abbastanza rivalutato Mick Ronson - e perché, con il suo evidente insistere sulle tematiche gay (ma un gaysmo molto camp, oggi diremmo platinettiano), incarna perfettamente lo spirito del suo tempo, il tempo in cui il glam rock viveva la sua grande ma breve stagione. Riascoltarlo può in parte lasciare insoddisfatti, possederlo è praticamente obbligatorio.

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