«LITTLE SPARROW - Dolly Parton» la recensione di Rockol

Dolly Parton - LITTLE SPARROW - la recensione

Recensione del 12 mar 2001

La recensione

Qualcuno potrebbe sbuffare leggendo il nome della storica country singer americana, immaginandola ormai adagiata sui morbidi allori delle classifiche country o nei saloni dell’opulenta discografia nashvilliana. In realtà la prosperosa cantante del Tennessee, dopo il successo raccolto un paio d’anni fa con il buon cd bluegrass “The grass is blue”, pubblica un album assolutamente godibile e per nulla tedioso o scontato. Merito di una manciata di brani interessanti e dei collaboratori che la Parton si è scelta, in linea di massima gli stessi dell’album precedente: Stuart Duncan, Jim Mills, Jerry Douglas, Chris Thile e il produttore Steve Buckingham. Ma soprattutto, la differenza la fanno gli Altan, vera ciliegina sulla torta in questo disco. Ci si domanda: che ci fa un gruppo irlandese nel disco di una country singer? Serve a diversificare un pochino lo stile contaminandolo quanto basta per toglierlo dalla routine e dargli un tocco di classe. Cercando le analogie fra il folk della verde isola e quello degli Appalachi si ottiene un risultato sorprendente; la parte finale di “Marry me” e l’inizio della successiva “Down from Dover” (un brano dalla bellezza cristallina) sono un esempio chiarissimo, dando un riscontro immediato degli incastri perfetti che si creano sia sulle sostenute ritmiche bluegrass che sulle ballate più lente. L’album è praticamente acustico e, tra violino e steel guitar, banjo e whistle, si consumano brani originali e cover. Tra queste ultime riconosciamo “Seven bridges road” di Steve Young (ma portata al successo dagli Eagles), la swingante “I get a kick out of you” di Cole Porter, il tradizionale scozzese “Little sparrow”, la “Shine” dei Collective Soul e “I don’t believe you’ve met my baby”, già ripresa anche dai Louvin Brothers e da Emmylou Harris. Country, blues, gospel e british folk si intrecciano dunque senza disturbare in un album che ci lascia piacevolmente sorpresi.


(Diego Ancordi)
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