«LOVE HOTEL - Vegastones» la recensione di Rockol

Vegastones - LOVE HOTEL - la recensione

Recensione del 11 mar 2001

La recensione

Li hanno soprannominati la risposta europea ai Fun Lovin’ Criminals. Beh, sicuramente la voce roca di Tim, con quel suo tono “slack” sensuale e allo stesso tempo rassegnato, potrebbe far pensare al cantante dei Fun Lovin’ Criminals. Anche certe inclinazioni al blues rock (vedi “Porcelain skin”, il brano che apre il disco d’esordio per la band) o a un soul pop malinconico (in “The bomb”) riportano alla mente il gruppo americano. I Vegastones però, a differenza dei Fun Lovin’ Criminals, non sono americani. Non hanno nulla a che fare con i suoni “urban” (soprattutto neri) delle giungle d’asfalto d’oltre oceano. Due di loro sono nati in Australia, con fisso in testa il mito di Londra (dove, guarda caso, il loro sogno di formare una band si è realizzato). E’ quindi chiaro che la band, sia pur con un’indubbia attenzione a sonorità rock venate di blues, contamini quella che può essere una matrice americana con suoni “english”. Da qui le esplosioni brit pop di “Company” che fanno da contrappunto ai passaggi alla Fun lovin’ Criminals (o meglio, alla G Love & Special Sauce), gli arrangiamenti beatlesiani di “Falling to the ground”, i coretti easy che contraddistinguono molti brani dell’album (“Drag queen eyes” e “Hey 66” su tutti). L’impressione, comunque e in tutti i casi, è che, strizzando l’occhio a suoni english anni ‘80 o vagamente “easy”, facendo il verso a miti del rock come i Doors e Jim Morrison (quasi imbarazzante il giro di voce di “Disco”, chiaro tributo ai Doors di “Light my fire”) e allo stesso tempo al Lou Reed “scoppiato” di “Waiting For My Man” (sempre in “Disco”), i Vegastones vogliano giocherellare con i miti del rock, atteggiandosi un po’ a rock star maledette ma con il sorriso sulle labbra, senza tante pretese e con un solo desiderio: conquistarsi un posto al sole nell’etere affollato dell’universo rock FM. Maledettamente commerciali.


(Gian Paolo Giabini)
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