«SHE ROCKS! - Alessandra Izzo» la recensione di Rockol

Alessandra Izzo - SHE ROCKS! - la recensione

Recensione del 01 mag 2020

La recensione

Il tema della scarsa (numericamente parlando) rappresentanza del sesso femminile nel mondo delle professioni che girano intorno alla musica è sicuramente meritevole di una riflessione. Lo sarebbe anche quello della scarsa rappresentatività: ma l’obiezione a questo appunto sarebbe troppo facile e scontata, perché punterebbe su questioni statistiche.

Ciò premesso, ho iniziato con curiosità (e letto per intero) questa raccolta di interviste di Alessandra Izzo a 15 donne che – come lei - scrivono di musica. Ne sono rimasto piuttosto deluso, e provo a spiegare perché.

La prima ragione sta nel fatto che intervistare persone – donne o uomini – che non abbiano una notorietà o una riconoscibilità diffuse rischia di interessare solo chi fa lo stessa professione di quelle persone, e non necessariamente il pubblico più ampio al quale dovrebbe aspirare un libro. E il fatto che tutte le persone intervistate siano donne è solo una scelta tematica: direi la stessa cosa di un libro di interviste a giornalisti musicali maschi, o femmine e maschi.

La seconda ragione sta nella ripetitività della formula: chiedere a tutte come hanno cominciato a interessarsi di musica e perché è inevitabilmente una mossa di apertura ragionevole, ma non è detto che fornisca risposte sempre interessanti o significative. Lo sarebbe stato se le storie raccontate fossero, riguardando donne, sostanzialmente diverse da quelle che avrebbero potuto fornire degli uomini; ma così non è.

La terza ragione è che quasi tutte queste interviste dimostrano che è meglio che i giornalisti, e le giornaliste, pongano delle domande, anziché rispondere a delle domande: se l’intervista è un genere peculiare del giornalismo (e non è un genere alla portata di tutti), rispondere a un’intervista in maniera interessante e articolata è un’attitudine artistica, cioè di persone che hanno un’alta considerazione della propria unicità e sanno motivarla – dote, questa, non richiesta a chi è giornalista (e che, anzi, chi è giornalista non dovrebbe coltivare).

La quarta ragione è che intervistare giornaliste musicali di sesso femminile sarebbe stata un’ottima opportunità per approfondire il discorso di un’ipotetica discriminazione di genere; senza necessariamente scivolare lungo la china dell’ormai stucchevole metoo, sarebbe stato interessante chiedere alle colleghe quali sono state le difficoltà che hanno dovuto superare per riuscire a farsi largo in un mondo che non è necessariamente “maschilista”, cosa di cui sembrano convinte alcune intervistate, ma è sì molto maschile, così come lo è il giornalismo sportivo, e far loro raccontare queste difficoltà e come le hanno superate.

Ecco: alla fine del libro mi sono trovato insoddisfatto, come ci si sente rendendosi conto dell’imperfetta riuscita di un progetto che avrebbe avuto grandi potenzialità e che non è riuscito ad esprimerle.

Franco Zanetti

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