«I,I - Bon Iver» la recensione di Rockol

L'autunnale "i,i", il quarto disco dei Bon Iver che chiude un ciclo.

L'ultimo disco del progetto musicale di Justin Vernon è una summa delle identità sonore dei dischi precedenti, dove convivono dimensione acustica, orchestrazioni massimaliste e un approccio più sperimentale.

Recensione del 26 ago 2019 a cura di Michele Boroni

La recensione

Iniziamo la recensione con delle istruzioni per l'ascolto: crediamo che non sia possibile approcciare al nuovo disco – il quarto – dei Bon Iver, senza aver ascoltato i precedenti tre. 
“i,i” il nuovo atteso lavoro del progetto musicale ideato e guidato da Justin Vernon – la cui uscita era previsto per il 30 agosto, ma che ha fatto capolino sulle piattaforme digitali con quasi tre settimane di anticipo – è infatti insieme summa e compendio delle atmosfere, dalle composizioni e delle sperimentazioni dei tre dischi che lo hanno preceduto, ognuno dei quali caratterizzato da una precisa identità sonora. 

“i,i” rappresenta la chiusura di un cerchio e di un ciclo, iniziato dodici anni fa con una narrazione potentissima ambientata nei freddi boschi del Wisconsin a seguito di una devastante delusione amorosa.  In uno dei tanti video teaser che sono usciti in questo agosto è proprio lo stesso Vernon a fare un preciso riferimento alle stagioni, abbinando il folk cupo minimalista di “For Emma, forever ago” di dodici anni fa all'inverno, il massimalismo del secondo “Bon Iver, Bon Iver” alla primavera, l'avanguardia e la sperimentazione di “22 years, A Million” all'estate. “And now, it might be autumn” scrive nel teaser riferendosi a “i,i” disco in cui si evidenzia una vena più soul, abbinandola al folk, alle orchestrazioni meticolose e all'impianto elettronico e sgretolato. 

Il risultato è decisamente più accessibile rispetto al predecessore, e contiene almeno quattro composizioni tra le più belle scritte da Vernon e soci. Stiamo parlando del singolo uscito un paio di mesi fa, “Hey ma”, suonato anche nell'unica data italiana del tour estivo, magnifico brano sentimentale che mette insieme struttura classica e orchestrazioni con il freddo bip del monitor cardiaco dell'ospedale (che a qualcuno potrà ricordare “Say you will” del sodale Kanye West) con un testo struggente dove la madre è sia la donna genitrice («Tall time to call your Ma»). sia la terra («Full time, you talk your money up/ While it's living in a coal mine»).

A seguire “U (Man like)” una ballata dalle forti influenze gospel dove il riconoscibilissimo piano di Bruce Honsby si incontra con il cantato di Moses Sumney e del Brooklyn Youth Chorus, con forse il testo più comprensibile dell'intero canzoniere di Vernon, dedicato questa volta agli homeless («How much caring is there of some American love When there’s lovers sleeping in your streets?») e “Faith”, brano di soul etereo che parla di spiritualità ma anche di relazioni tra le persone. Ogni brano ha un punto di contatto con i precedenti dischi, c'è la torch song che rimanda all'esordio (“Marion”), “We” con quel riff di chitarra obliquo sembra il degno seguito di “Minnesota, WI” e rafforza i punti di contatto con quello che era il suono di Peter Gabriel, ma anche con le architetture dell'hip-hop più interessante (alla co-produzione qui c'è Wheezy), mentre “iMi” con James Blake e “Holyfields” sembrano usciti dal disco sperimentale del 2016 della band. 
Al centro c'è sempre la voce di Justin Vernon, effettata (“iMi”, “Jelmore”), con il classico falsetto (“Sh'Diah” il brano anti-Trump del disco), ma anche in tutta la sua potenza lacerante (“Naeem”). 

“i,i” è un disco per cui gli amanti di Bon Iver impazziranno di gioia, mentre per chi ha sempre mal digerito le atmosfere eteree, i giochi di voce e la sovrapposizione dei layer tipici di Vernon e soci, continueranno a storcere la bocca. 
Nella traccia che chiude il disco “RABi”, un pezzo classico su come sia necessario godersi la vita nonostante le mille brutture del mondo, nell'ultima strofa («Some life feels good now, don't it? (I think I need it) / Don't have to have a leaving plan (Have to let it) / Nothing's gonna ease your mind / Well, it's all fine and we're all fine anyway») Justin Vernon sembra quasi volerci dire che in fondo il ciclo di Bon Iver è destinato a concludersi, magari per rinascere in qualcosa di diverso. Staremo a vedere. 

TRACKLIST

01. Yi (00:31)
02. iMi (03:16)
03. We (02:22)
04. Holyfields, (03:07)
05. Hey, Ma (03:36)
06. U (Man Like) (02:25)
07. Naeem (04:22)
08. Jelmore (02:30)
09. Faith (03:37)
10. Marion (02:21)
11. Salem (03:44)
12. Sh'Diah (04:11)
13. RABi (03:32)
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