«MARAUDER - Interpol» la recensione di Rockol

Interpol capitolo 6: bello ma...

Il sesto album della band di Paul Banks riafferma uno stile ben definito. A costo di cadere nell'autocitazionismo

Recensione del 01 set 2018 a cura di Andrea Valentini

La recensione

“Marauder è una delle sfumature del mio carattere” aveva detto Paul Banks, qualche mese fa, presentando il sesto album in studio degli Interpol.

Seguendo le tendenze lessicali dei social, una dichiarazione così is the new “Madame Bovary sono io”. Oppure "Marauder" potrebbe essere una versione meno violenta, ma altrettanto oscura e distruttiva, di quel Tyler Durden che, prima o poi, vuoi mettere a tacere.
Quel che è certo è che questo - 13 tracce, inclusi due interludi - è un buon disco.

Lo stile è, ancora una volta, decisamente Interpol, con quelle sonorità che ormai sono diventate un marchio di fabbrica. Se aprissimo un dibattito a riguardo, molto probabilmente la platea si spaccherebbe in due: quelli che “bravi, ma sembra di sentire sempre lo stesso album” VS “questo è il loro stile, perché dovrebbero cambiarlo?”. La verità sta sempre nel mezzo, dicono, quindi sono condivisibili entrambe le prospettive.

Sicuramente aver esordito nel 2002 con un album del calibro di “Turn On the Bright Lights”, che li ha sparati direttamente nella Via Lattea delle migliori band indie rock statunitensi del nuovo millennio, suggerisce di andare cauti nel cambiare genere, stravolgendo e spiazzando l’ordine costituito. Ma quando il primo disco è un gioiello da portare al dito tutta la vita, come una fede nuziale, alla lunga può rischiare di ghermirti e nel buio incatenarti.

“Preferivo il primo” è la frase più pronunciata da chi ascolta musica (specialmente di nicchia) e vuole darsi un tono. Forse, in molti casi, è anche vero. Pensiamo agli Strokes, per citare un’altra band indie rock americana di inizio millennio, che conquistarono il mondo con “Is This It”. Tuttavia al famoso adagio di cui sopra, in questo caso, si potrebbe replicare con “guarda che anche il sesto non è male”. Gli Interpol hanno confezionato un bel disco, i testi sono più introspettivi e autobiografici rispetto ai precedenti, il tiro c’è (pare che, registrando, abbiano addirittura sfondato una batteria e i vicini si siano lamentati per l’eccessivo rumore) e il produttore pure (Dave Fridmann, che ha collaborato, tra gli altri, con Flaming Lips e Mogwai).

La band di Paul Banks va dritta per la sua strada, fedele a se stessa, e a trasmetterlo forte e chiaro è la copertina stessa, che ritrae, seduto alla scrivania, Elliot Richardson, il procuratore generale che non cedette alle pressioni di Nixon durante lo scandalo Watergate.
Così è se vi pare, insomma. Apprezzatene la bellezza oppure ascoltate altro. E di bellezza, in questo disco, ce n’è tanta. Manca però la vibrazione magica di “Turn On The Bright Light”.

Alla fine ci siamo cascati anche noi, nel “Preferivo il primo”...

TRACKLIST

02. The Rover (03:37)
03. Complications (03:54)
04. Flight of Fancy (03:51)
05. Stay In Touch (04:53)
06. Interlude 1 (01:01)
07. Mountain Child (03:08)
08. NYSMAW (03:16)
09. Surveillance (04:13)
10. Number 10 (03:12)
11. Party's Over (03:39)
12. Interlude 2 (01:03)

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