«DOLCE ACQUA - Delirium» la recensione di Rockol

Delirium - DOLCE ACQUA - la recensione

Recensione del 01 set 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Se “Lo scemo e il villaggio” è il disco della maturità e “Delirium III: viaggio negli arcipelaghi del tempo” il “capolavoro prog”, “Dolce acqua” è l’unico album del quintetto genovese inciso insieme a Ivano Fossati, e scusate se è poco. Siamo nel 1971: lo strepitoso successo di “Jesahel”, finalista a Sanremo e al primo posto in “Hit parade” per sei settimane consecutive (un exploit che curiosamente porterà Fossati a lasciare il gruppo e i Delirium a ritornare sui propri passi progressive con l’ingresso del sassofonista Martin Grice), arriverà l’anno seguente, con tanto di effetto traino sull’ellepi, che risulterà al ventiduesimo posto nella classifica generale del ’72.


Ivano - vent’anni - è la voce più personale, ma non l’unico cantante della band. Però è solo quando Fossati ruba il microfono al chitarrista Mimmo Di Martino (gli altri membri dei Delirium sono Ettore Vigo alle tastiere, Peppino Di Santo alla batteria e Marcello Reale al basso) che il gruppo diventa immediatamente riconoscibile. E del resto non sarà per caso che i boom commerciali (oltre a “Jesahel” c’è “Haum”, presentata al “Disco per l’estate” pochi mesi dopo la partecipazione al festival, anche se certo non inosservato era passato sempre nel ’71 il “Canto di Osanna”) siano entrambi cantati da Ivano.
“Dolce acqua” - tipico impianto concept “sull’Uomo” con titoli ridondanti, come usava all’epoca - ha poco a che vedere con il filone corale hippy-folk dei pezzi più famosi, e non sarebbe poi così sbagliato considerarlo una prova generale di Fossati prima di spiccare il volo. “Preludio”, con una delicata introduzione di flauto, sembra quasi un pezzo delle Orme (ma è solo per le similitudini vocali con Aldo Tagliapietra, e comunque ci pensa subito Ivano, intervenendo con il suo vocione, a mettere le cose a posto), mentre il primo “Movimento” mette in mostra il flautismo stile Anderson e introduce qualche elemento jazz e gospel (del resto, cos’era “Osanna” se non uno spiritual rivisitato?).
Dopo il secondo “Movimento”, aperto da un piano alla “Let it be” - andamento esageratamente “melodico moderno all’italiana”, ma con un’insolita orchestra finale -, arriva il sorprendente “To Satchmo, Bird and other unforgettable friends”. Omaggio fin dal titolo ai grandi del jazz, è uno strumentale che sembra quasi uno standard, nel quale Fossati improvvisa alla maniera del pifferaio Ian e del maestro di entrambi e d’intere generazioni di flautisti rock: il jazzista Rahsaan Roland Kirk, del quale i Jethro Tull avevano riproposto la celebre “Serenade to a Cuckoo”.
Dopo un altro strumentale, il dimenticabile “Sequenza”, arriva la densa “Johnnie Sayre”, storia di un ragazzo straziato dalla ruota spietata di una locomotiva mentre marina la scuola per salire di nascosto sui treni; è uno dei quasi duecentocinquanta personaggi che popolano l’”Antologia di Spoon river” di Edgar Lee Masters, la stessa dalla quale De André aveva tratto lo stesso anno il suo “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. Ivano e Fabrizio, sensibilità che si sfiorano un secolo prima di “Anime salve”.
In attesa di “Jesahel”, compresa nel cd e a suo tempo inserita a furor di Sanremo (non c’era nella versione originale dell’album), i Delirium ci raccontano la “Favola o storia del lago di Kriss”, dal testo ingenuamente fantasy, e chiudono i conti con l’ecologica, flautistica e un po’ sopravvalutata title track, tra “Hey Jude” e “Il dio serpente”. Il flauto sfuma, Ivano Fossati si prepara ad attraversare il grande mare.

 

TRACKLIST

04. To Satchmo, Bird and Other Unforgettable Friends (Dolore)
05. Sequenza I e II (Ipocrisia - Verità)
06. Johnnie Sayre (Il perdono)
09. Jesahel
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