«SPIRITO - Litfiba» la recensione di Rockol

Litfiba - SPIRITO - la recensione

Recensione del 11 gen 2018 a cura di Redazione

La recensione

La prima parte della carriera dei Litfiba è divisa in due fasi. Gli esordi, la cosiddetta “Trilogia del potere”, da Desaparecido” (1985) a “17 Re” (1986) e “Litfiba3” (1988), che vide la band di Firenze trasformarsi dal simbolo della rinascita del rock italiano indipendente a rockstar vere e proprie. E poi i quattro album dedicati agli elementi della natura ("El Diablo", "Terremoto", "Spirito" e "Mondi sommersi”), realizzati dalla band tra il 1990 e il 1997: la cosiddetta “Tetralogia degli elementi”. Uscì ancora un album, “Infinito”, nel 2000, prima che il rapporto tra Pelù e Renzulli implodesse. Il nome Litfiba rimase in mano a Renzulli, con un nuovo cantante (Gianluigi “Cabo” Cavallo), mentre Pelù si lanciò nella carriera solista.

Ma se c’è un momento in cui il gruppo riuscì a far combaciare le ambizioni “mainstream” con il suono più puramente rock è quello che li vide pubblicare “Spirito”, nel 1994. Un disco che unisce una vocazione popolare con un suono internazionale, senza ancora le derive più pop che porteranno alle tensioni tra i due leader - e alla fine di quella fase. 

Il disco è stato ripubblicat qualche mese fa, sia in vinile che in una "Legacy Edition", con le tracce rimasterizzato a partire dai mix pre-master, un concerto intero registrato il 23 marzo a Modena e quattro versioni inedite: "Lo spettacolo", "Spirito", "No frontiere" e Lacio Drom mixate da Tom Lord-Alge, produttore americano Grammy per il suo lavoro con Stevie Winwood, e collaboratore di U2 e Rolling Stones. Lord-Alge ha lavorato sulle registrazioni originali dai master analogici.

Uno dei grandi cambiamenti del disco fu proprio alla produzione.  Dopo Alberto Pirelli, che aveva seguito il gruppo fin dagli esordi, arrivò con "Spirito" un nome internazionale, e di quelli grossi: Rick Parashar, diventato noto per avere lavorato a “Ten” dei Pearl Jam, diventato l’icona del suono rock di quegli anni. Si disse che al tempo la band non fu del tutto soddisfatta, ma il cambio di approccio si sente subito, o quasi: “Lo spettacolo” si apre con la chitarra distorta di Renzulli, ma già in “Animale di zona” si sente l’influenza di Parashar, con toni acidi, chitarre acustico e un basso in evidenza che richiama proprio il sound dei primi Pearl Jam. Questa apertura è ancora più evidente in “Spirito”, basata su chitarre acustiche e melodia. Accompagnata da un bel video, racconta bene lo spirito dell’album. 

“Spirito” arrivò dopo il successo di “El Diablo” (e il periodo in cui la band aveva subito un brutto colpo, con la scomparsa di Ringo De Palma, uscito pochi mesi prima dalla band), dopo la conferma di “Terremoto” (1993). Il gruppo aveva firmato un nuovo contratto con la EMI, inaugurato dal live “Colpo di coda”. Per il primo capitolo in studio di questo nuovo contratto, i Litfiba fecero scelte importanti, oltre a quelle del produttore. Decidesero di continuare sul percorso degli elementi, dopo il fuoco e la terra, dedicandosi all’aria. E semplificato il suono, aderendo ad un’idea di rock più “leggera”, ariosa, appunto, senza perdere i toni di critica sociale e la vena politica: “Al tempo venivo tacciato di catastrofismo. E invece vedevo lungo. Il nostro punto di vista sugli anni ’90 è ancora attuale. Non è cambiato nulla, anzi è peggio”, ha raccontato recentemente Pelù, quando la band ha riproposto dal vivo la Tetralogia.

"Sprito" Rimane una delle prove migliori del gruppo, soprattutto se confrontato con la svolta tecnologica del successivo “Mondi sommersi” (1997) o dal pop di “Infinito”, che infatti avrebbe dovuto essere l’ultimo tassello di una pentalogia. Invece venne lasciato fuori da quella che venne poi definita una tetralogia fermatasi a “Mondi sommersi”. I Litfiba “veri” si riuniranno poi solo nel 2010, dopo un decennio di tensioni tra Ghigo e Piero. Prima un live, poi un disco di inediti (“Grande nazione”, nel 2012), quindi due tour, uno dedicato alla trilogia, uno alla tetralogia. Ma “Spirito” rimane uno dei momenti migliori della band che ha reso popolare il rock in Italia in un periodo in cui questo genere sembrava perso.

TRACKLIST

01. Lo spettacolo (04:11)
02. Animale di zona (04:36)
03. Spirito (04:41)
04. La musica fa (05:12)
05. Tammuria (04:10)
07. No frontiere (05:15)
08. Diavolo illuso (04:27)
09. Telephone Blues (01:03)
10. Ora d'aria (05:07)
11. Suona fratello (02:10)
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