«CALL IT WHAT IT IS - Ben Harper» la recensione di Rockol

Ben Harper - CALL IT WHAT IT IS - la recensione

Recensione del 06 apr 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è stato un momento in cui Ben Harper sembrava invincibile: musica piena d’anima, radicata nelle tradizioni ma unica, concerti trascinanti. Di persona, quando ci capitava di intervistarlo, era gentile e profondo come le sue canzoni.
Quel momento è durato fino alla fine degli anni zero o quasi. Poi, nel periodo successivo, la strada si è persa, o si è fatta più tortuosa, per sfuggire ai meccanismi della ripetizione. Negli ultimi 10 anni ha pubblicato un album a nome di una nuova band, i Relentless 7, due album in duetto (con il bluesman Charlie Musselwhite e con la madre Ellen) e uno solo a suo nome, “Give ’til its gone”, che risale a 5 anni fa. “Call it what it is” è il disco del ritorno a casa: Ben lo ha registrato con la sua storica band, gli Innocent Criminals, che aveva sciolto dopo lo stupendo “Lifeline” del 2007.

Si tratta di un doppio ritorno: sonoro e tematico. Messo da parte il blues, messo da parte il rock, messe da parte le nenie acustiche familiari materne, Harper torna a non fare scelte di genere, ma a miscelare assieme tutte queste cose già note, che nelle sue mani diventano uniche. Rock, acustico, blues, ma anche funk, reggae. L’album si apre con la rollingstoniana “When sex was dirty” (con un “cowbell” in sottofondo...) e con una nostalgia che pervade buona parte del disco (“Mi ricordo quando il sesso era qualcosa di sporco, e quando tutti ciò che sapevamo stava dentro ad una rivista"...), a cui fa eco “Pink baloon”. Segue il reggae di “Finding our way”, la black music classica di “Bones” “Shine”, la ballate declinare di “Deeper and deeper” e “All that has grown”. E così via: Ben Harper non è mai suonato così bene, negli ultimi 10 anni, e il ritorno degli Innocent Criminals (dopo un anno di rodaggio in tour con i vecchi pezzi) si sente: è come quando Springsteen è tornato con la E Street Band.
Poi c’è il ritorno tematico: non è un caso che la canzone centrale sia “Call it what it is”: “Chiamalo per nome: omicidio”, canta Ben sulla sua slide, e su una base ritmica potente. Il riferimento diretto è a Trevor Martin, a Michael Brown a Ferguson, e al “E’ un crimine essere neri”, agli abusi della polizia americana. E torna subito alla mente il pezzo più potente del debutto di Ben, quella “Like a King” dedicata al pestaggio di Rodney King, che scatenò le rivolte di L.A. dei primi anni ’90.

Se proprio si vuole trovare un difetto, a “Call it what it is”, è che a tratti suona come un disco di auto-cover, di canzoni che sono riletture di un modello ben preciso: Ben Harper e gli Innocent Criminals cantano Ben Harper e gli Innoncent Criminals. Ma va bene così: dopo quasi anni di deviazioni, necessarie ma non sempre interessanti, Ben è tornato a casa. E questa volta non ha bisogno della mamma, di altri musicisti ma solo degli amici di sempre e della musica di sempre.
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