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Recensioni / 21 set 2015

Keith Richards - CROSSEYED HEART - la recensione

Voto Rockol: 4.0/5
Recensione di Giampiero Di Carlo
CROSSEYED HEART
Virgin (CD)
Un maestro della chitarra.
I riff? Ma certo che ci sono. E pure il cliché del rocker fuorilegge è rispettato, con storie di sbirri e furti. E, con la scelta dei pezzi e della band, anche lo ying grezzo e autentico opposto allo yang glamour del suo Glimmer Twin non manca all’appello. Ma “Crosseyed heart” è, in una sola frase, l’album di un maestro della chitarra, di un artista che ha elevato l’essenzialità allo status di eccellenza, il cui buon gusto è pari alla profondità della sua cultura musicale.

A 23 anni dal suo ultimo album solista, superati i settanta di cui oltre cinquanta trascorsi suonando negli Stones, Keith Richards ha messo insieme il disco elegante che ti aspetti da lui: collocata a distanza di sicurezza dal suo lavoro quotidiano, la sua terza deviazione in compagnia degli Ex-Pensive Winos è talmente classica da prescindere da qualsiasi contesto temporale – se ti dicessero che risale a dieci, venti o trenta anni fa, ci crederesti senza problemi.

Steve Jordan, Ivan Neville and Waddy Watchel sono una formazione snella, solida e rodata, perfetta per creare quel contesto artistico ampio nel quale Keif regna sovrano e spazia tra i generi rendendoli un unicum. La sua immagine e la sua influenza, il suo stesso essere icona, costruiscono un ombrello potente sotto il quale folk, reggae, blues e rock riescono realmente a diventare una cosa sola e le storie semplici come quelle dei suoi avi musicali del Delta si tingono di quello stesso umorismo di cui Richards ha riempito riviste e libri di rock.
Vocalmente molto limitato, punta le sue fiches su altro e, con la ben nota aria di chi non si prende sul serio, ma fa sul serio, esordisce quasi in sottofondo con la frase: “I love my sugar / But I love my honey too” - piccolo inno alle contraddizioni della vita umana e a quella sua infinita vicenda personale vissuta in pubblico. Ma, dopo due minuti scarsi in cui il guitar-picking della title track che pare uscito da una vecchia registrazione gracchiante degli anni Trenta sembrerebbe fissare il tono del disco intero, Keith abortisce il suo blues e si schernisce: “All right, that’s all I got”.
E così 23 anni di attesa vengono tutti fuori, con una versione del classico folk “Goodnight Irene” di Lead Belly (ma famoso soprattutto per la versione dei Weavers) bilanciata da “Illusion”, elegante duetto con Norah Jones; con il reggae di “Love overdue” cui si oppone “Robbed blind”, ballata che profuma di country come ai tempi di “Sticky fingers” e “Exile”. Con “Suspicious”, ottima e impreziosita dal sax dell’amico di una vita Bobby Keys (scomparso nel 2014) e “Nothing on me”, che suona come la storia della sua vita condensata in quattro minuti. E un po’ di Stones, magari? Sicuro. Soprattutto con “Trouble”, in cui la slide di Waddy Watchel si fonde meravigliosamente con “quei” riff, e con “Amnesia”, una delle rare occasioni in cui Keith concede alla sua chitarra di prendersi tutta la scena tra assoli e melodie (con una perla nel testo: “Non sapevo nemmeno che il Titanic fosse affondato”).
“Blues in the morning”? E passi… Ma di brani come “Heartstopper” e di quella tendenza alla velocità che da due decenni pare opprimere gli arrangiamenti dei Rolling Stones si sarebbe pure potuto fare a meno. O, forse, questo è giusto l’episodio ideale per ricordarci che con Keith Richards nulla è buono perché è perfetto, ma per altre ragioni. In quindici brani ha suonato nove strumenti, tra cui un Farfisa e un Wurlitzer, e si è preso tutte le libertà di chi entra in studio e segue il proprio istinto per il piacere di farlo.

“Crosseyed heart” è il risultato di un sublime cazzeggio che suona proprio come te lo aspettavi, come lo desideravi: un’apparente assenza di produzione lo rende speciale e intenso e, via dagli occhi l’icona mediatica del pirata-canaglia, quello che resta sono un carisma musicale senza pari e la classe di chi sa evitare l’autoindulgenza. Vecchia scuola. Alta scuola.