«HIGHER TRUTH - Chris Cornell» la recensione di Rockol

Chris Cornell - HIGHER TRUTH - la recensione

Recensione del 21 set 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Alla fine ce l’ha fatta: Chris Cornell ha capito cosa fare della sua carriera solista. Ha trovato la chiave giusta per quello che ha quasi sempre fatto, fuori dalle altre band: rock acustico.
"Quasi", perché Cornell avrà sempre da farsi perdonare quella porcata di “Scream” (2009), il suo ultimo disco di inediti da solo. Anzi, accompagnato da Timbaland: un pastrocchio elettronico e ancora oggi uno dei dischi più brutti che ho sentito nel nuovo millennio. Ecco: sgombriamo il campo: “Higher truth”, il terzo album di Cornell, è il suo migliore - fuori da Soundgarden e dagli Audioslave, s’intende.
A vederla tutta assieme, la carriera di Cornell, tra la sua band principale (resuscitata nel 2010), il gruppo con gli ex-Rage Against The Machine e le prove da solo, è stata abbastanza ondivaga. Ma a questa dimensione “minimale” non ha mai rinunciato, anche dopo dopo il ritorno dei Soundgarden, nel 2010: our in acustico (e l’album dal vivo “Songbook”, 2011)

“Higher truth” riparte da “Euphoria Mo(u)rning”, primo lavoro solista di fine anni ‘90. La “u” tra parentesi è stata recuperata nella versione appena ripubblicata, venne omessa al tempo quasi a nascondere che il disco era un ricordo dell’amico scomparso Jeff Buckley. Però questa volta c’è meno dolore, c’è più tranquillità e c’è un suono migliore. Merito della produzione di Brendan O’Brien, che lo ha aiutato a trovare una chiave varia, pur essendo basata sempre sulle chitarre non amplificate. Lo dimostra bene il singolo iniziale "Nearly forgot my broken heart”, o canzoni su "Let your eyes wander” (crescendo finale con un piano), o l’assolo finale elettrico di "Murderer of blue skies”, o la ballata piano e voce della title track, che poi si apre in un crescendo quasi beatlesiano. E poi c’è la voce, che rimane una delle più belle di sempre nel rock: potente senza essere sguaiata, espressiva, piena di sfumature.

Certo, non si esce vivi dagli anni ’90: il mondo di “Higher truth” rimane quello. Ma è meglio rimanere da quelle parti. Perché quando Cornell prova ad uscire, impazzisce: lo fa nel brano finale, "Our time in the universe”, dove ritornano i beat e i campioni sperimentati con Timbaland, questa volta con qualche strumento acustico; il folk elettronico lascialo a chi lo sa fare, caro Chris: no, grazie.
Quell’ultima canzone lascia il dubbio che prima o poi Cornell vorrà riprovare una strada “moderna”, tanto che nella versione deluxe, non contento, la remixa pure (con esiti ancora più tragici). Se succederà, ce ne faremo una ragione: per il momento, godiamoci questo album.
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