«ANTHEMS FOR DOOMED YOUTH - Libertines» la recensione di Rockol

Libertines - ANTHEMS FOR DOOMED YOUTH - la recensione

Recensione del 19 set 2015 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione




Quali sarebbero le vostre prime parole dopo 11 anni di silenzio? Come esordireste di fronte a una folla che, spazientita e disillusa, ha comunque tenuto un canale aperto in attesa di una vostra mossa?
La band britannica ha scelto "This one's for your heart and for your mind".
Un disco per il cuore e per la mente.

Dopo anni di false partenze, voci smentite e qualche confuso blitz dal vivo, Carl Barat e Pete Doherty hanno una volta per tutte dato voce al loro rapporto di odio e amore con un album che è un inno a una gioventù bruciata (la loro): "Anthem for doomed youth" per l'appunto.
La storia dei Libertines è sempre rimasta ingarbugliata tra le pagine dei rotocalchi soprattutto grazie alle "brillanti" trovate di Doherty che, in preda ai fumi di alcool, eroina e ogni tipo di droga, ha sempre prestato il fianco agli incriminatori scatti dei paparazzi e alle avvelenate penne della stampa. Nel mentre, il resto della banda portava pazienza, o almeno così ci piaceva pensare, e contemporaneamente la nutrita schiera dei fan si rammaricava di tutto quel tempo perso lontano dagli studi di registrazione.
E la musica? Evidentemente, prima di poterne parlare i Libertines dovevano fare pace tra loro e soprattuto con i propri demoni. Andare in rehab e restarci a lungo per ripulire corpo e mente, in primis, accordi e melodie poi. "Anthem for doomed youth" infatti è nato in Thailandia, tra il centro di recupero per tossicodipendenti e alcolisti in cui Pete ha trascorso parecchi mesi, e i lussuosi Karma Studios a pochi passi dalla baia di Bang Saray.

Con decisione e foga barbarica, al motto di "All I want is to scream out lord!", l'album si apre con "Barbarians", un tempo nascosta da Doherty e dai suoi Babyshambles sotto la polverosa "Natives at the gate of Rome". Rivestita di un grintoso bit, di maracas e tamburelli, la canzone finalmente respira anche grazie ai cori che, sfoggiati con nuovo vigore, costituiscono il punto di forza anche del singolo "Gunga Din".
"Fame and fortune" e la delicata title-track sono un flashback sugli albori della band, sul tempo trascorso tra i pub di Londra, sui palchi e i pavimenti della capitale, dal primo contratto discografico ai continui e deleteri litigi con il mondo intero e interni al band. Una malinconica presa di coscienza.
"You're my Waterloo" è il cane sciolto che Doherty si è portato dietro nel corso degli anni e delle formazioni, che vanta già diverse esecuzioni dal vivo e che ha finalmente trovato un suo posto nel mondo. Poi c'è "Belly of the beast", pezzo in stile tipicamente Libertines: una marcetta apparentemente assonnata che si scrolla di dosso il torpore con un finale a metà tra rock anni '50 e gospel con tanto di battito di mano d'accompagnamento.
Suono del mare, chitarra acustica e voce introducono "Iceman" che, nonostante la sua struttura semplice ha un che di inquietante e distorto. Come una filastrocca onirica. "Heart of the matter" è una scossa elettrica che sposta la lancetta totalmente sul rock fino a raggiungere il picco più alto con il punk di "Fury of Chonburi", poi ripreso senza troppi fronzoli in "Glasgow come scale blues". "The milkman's horse" rimane un po' schiacciata tra queste ultime due tracce, per questo risulta un po' meno convincente. Infine "Dead for love" chiude "l'inno" dei Libs portando con sé un alone di mistero. Il brano è dedicato al musicista Alan Wass, amico e collaboratore di Doherty morto a soli 33 anni. Tutto ciò rende il finale ancora più struggente.

L'hanno definito il ritorno del decennio, il "come back album" degli anni '10. Sotto il peso delle pressanti aspettative, i Libertines si sono destreggiati piuttosto bene tra cicatrici rimarginate e ancora visibili; non si sono smentiti né traditi e sono riusciti a riportare a galla quel loro inconfondibile sound che, affogato per il troppo peso del caos è riemerso in tutta la sua leggerezza, sobrietà e serietà. E, anche se "Anthem for doomed youth" non è folgorante come i suoi predecessori, è composto da una tracklist in grado di soddisfare tutti i gusti dei vecchi fan attirandone facilmente di nuovi. Non sono più dei giovani genialoidi confusi, insomma.
Carl Barat, Pete Doherty, Gary Powell e John Hassall formano una band completa in cui, per la prima volta, tutti partecipano attivamente e equanimemente. Il gruppo si è bene calibrato senza eccedere mai.
E' probabile che il rehab abbia davvero funzionato.

TRACKLIST:Barbarians
Gunga Din
Fame and Fortune
Anthem for Doomed Youth
Heart of the Matter
Belly of the Beast
Iceman
You’re My Waterloo
Fury of Chonburi
The Milkman’s Horse
Glasgow Coma Scale Blues
Dead for Love
Love on the Dole *
Bucket Shop *
Lust of the Libertines *
7 Deadly Sins *

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