«EMOTION - Carly Rae Jepsen» la recensione di Rockol

Carly Rae Jepsen - EMOTION - la recensione

Recensione del 23 set 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

15 milioni di copie vendute in tutto il mondo, ovvero il singolo più venduto dell'"era digitale": sono i numeri di "Call me maybe", la canzone con la quale Carly Rae Jepsen, tra il 2011 e il 2012, ha conquistato la notorietà internazionale. E sono i numeri con i quali - inevitabilmente - la trentenne cantautrice canadese si è dovuta confrontare quando ha cominciato a lavorare al suo terzo album in studio, questo "Emotion". Che è la sua prova del nove, il disco con il quale deve dimostrare di non essere solamente una meteora (una one hit wonder, come si dice in gergo) e di avere tutte le carte in regola per imporsi sul mercato. Perché, diciamocelo, il successo incredibile di "Call me maybe" non è stato molto d'aiuto a "Kiss", il precedente lavoro della Jepsen - il miglior risultato dell'album, in termine di vendite, è stato raggiunto nel Giappone: "appena" 230 mila copie vendute: praticamente un sessantacinquesimo delle vendite del singolo.

Per "Emotion" Carly Rae Jepsen ha provinato oltre 250 canzoni, registrato in 17 diversi studi (sparsi tra la California, il Tennessee, il Canada e la Svezia) e collaborato con qualcosa con 22 produttori, una squadra abbondante di nomi guidata da Justin Bieber e soprattutto dal suo mentore/manager Scott "Scooter" Braun: da Shellback a Peter Svensson, da Ariel Rechtshaid a Dev Hynes, passando per Greg Kurstin, Greg Wells e Carl Falk. Un dream team che si compone di tutti i producer che, negli ultimi dieci anni, hanno contribuito al successo delle varie Ellie Goulding, Kesha, Lily Allen, Taylor Swift, Katy Perry, Ariana Grande e via dicendo.
In circa due anni di lavorazioni, "Emotion" ha cambiato forma e contenuto: inizialmente concepito come un disco a metà strada tra il pop da alta classifica e la musica folk (con qualche accenno di elettronica), l'album si è in un secondo momento evoluto in un concept ispirato - a detta della stessa Jepsen e dei suoi produttori - alla musica pop anni '80.

Le influenze anni '80, in realtà, si incontrano solamente in un brano del disco, "All that", che ne rappresenta pure la prova migliore (o perlomeno quella più "particolare"): la voce della cantante è effettatissima, ovattata, e si staglia su uno sfondo di suoni rarefatti (quelli delle tastiere e dei sintetizzatori) e intriganti (un basso un po' funky e una drum machine). Per il resto, "Emotion" è un album di musica pop contemporanea che ricalca tutte le caratteristiche e i luoghi comuni di tutti gli album di musica pop degli ultimi dieci anni: melodie orecchiabili, ritmi coinvolgenti e ballabili, testi semplici, immediati e un po' pacchiani (tutti incentrati su amore e tematiche adolescenziali); si spazia da atmosfere eurodance ("Run away with you") ad altre più disco-dance ("Emotion", "I really like you", "Making the most of the nigh", "LA hallucinations", "When I needed you"), passando per una ballad ("Gimmie love") e un breve accenno di funk ("Boy problems").

Se l'intento della Jepsen e dei suoi produttori era quello di consegnare al mercato un disco in grado di scalare le classifiche e adulare le radio, con "Emotion" hanno centrato in pieno l'obiettivo: la tracklist si compone di dodici potenziali singoli scalaclassifica - tutti molto simili tra loro - che sembrano essere stati studiati a tavolino per imporsi negli airplay di tutto il globo. Ma era davvero questa manciata di canzoni anonime e senza personalità ciò di cui aveva bisogno Carly Rae Jepsen nel momento più cruciale e critico della sua carriera?
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