Recensioni / 22 set 2015

Lana Del Rey - HONEYMOON - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Claudio Todesco
HONEYMOON
Polydor (CD)
Gli archi disegnano linee eleganti e acute, cariche di glamour e senso di minaccia, una musica perfetta per la scena di un film di 007. Poi arriva la voce di Lana Del Rey, che tira fuori la sua migliore imitazione di una diva d’altri tempi, donna bella e pericolosa e ferita: “Sappiamo entrambi che amarmi non va di moda”.

La cantautrice americana si rivolge al suo amante, ma è come se stesse parlando al pubblico. Da sempre al centro di controversie, Del Rey usa “Honeymoon” per fornire una versione autentica di sé. Non va oltre i temi musicali di “Born to die” e “Ultraviolence”, trova piuttosto un equilibrio fra ammiccamenti al pop contemporaneo e richiami passatisti. Il senso di riscatto s’aggiunge ai temi che lei da sempre predilige, ragazzi cattivi da cui è fatalmente attratta, dolore e tristezza, il carattere fugace della felicità – il tutto sullo sfondo dei panorami della California meridionale. “Honeymoon” è il disco di una donna sola che sublima nella musica la sensazione d’accerchiamento. Anche quando canta d’amore, Lana Del Rey sembra impegnata in un soliloquio. Si sente come l’astronauta di “Space oddity” sperduto nello spazio e che lei cita in “Terrence loves you”.

In copertina, Lana Del Rey posa a bordo di un mezzo della Starline, una delle società di Los Angeles che organizzano tour delle residenze di attori e pop star. E in fondo questo è “Honeymoon”: un’escursione nell’immaginario di una piccola celebrità, fra uomini affascinanti e violenti, felicità passeggere, corse in automobile lungo le arterie di Los Angeles, fenicotteri rosa e notti blu. È il caso di “The blackest day”, una canzone d’amore perduto che coglie Nostra Signora della Sofferenza al suo meglio: un dolore da lenire, i segni della depressione, Billie Holiday mandata in loop. Nella pianistica “Terrence loves you” Del Rey tratteggia il ritratto di donna che preferisce, ovvero la partner che soffre, ma non pretende di cambiare il suo uomo, nemmeno quando lui “dà fuori di matto”. E poi c’è “Salvatore”, dove la melodia da romanza donizettiana disegna un’atmosfera irreale per raccontare una storia d’amore ambientata a Miami, ma piena d’italianismi che alle nostre orecchie hanno qualcosa di kitsch: “Cacciatore… limousine… ciao amore… soft ice cream”.

Le canzoni di “Honeymoon” sembrano fotografie d’istanti e come tutte le fotografie sono statiche. Aggiungete una vocalità non particolarmente versatile e otterrete un album cui molti assoceranno l’aggettivo “noioso”. Effettivamente il conto dei pezzi di “Honeymoon” vagamente movimentati è presto fatto. C’è “High by the beach”, un pop semplice e ammaliante nel cui video Del Rey abbatte con un lanciamissili un elicottero con a bordo un paparazzo, c’è “Music to watch boys to”, c’è l’invito ad andare in California di “Freak”, e poco altro. Affiancata dal co-autore e produttore Rick Nowels e occasionalmente da Kieron Menzies, Del Rey mette assieme archi cinematici, beat elettronici, un filo di jazz, chitarre twangy, qua e là armonie vocali d’altri tempi, a metà strada una poesia di T.S. Eliot (“Burnt Norton”), e insomma niente di sostanzialmente diverso dal repertorio passato. Melodrammatica eppure distante quanto lo è la sua autrice, romantico e al tempo stesso dolente, “Honeymoon” dissimula il tormento interiore con la narcolessia delle sue atmosfere. È il perfezionamento di una formula, non il suo superamento. Segna un confine: quanto a lungo Del Rey può continuare a recitare il medesimo copione?

“Honeymoon” non regala molti momenti di svago. Conduce in un luogo buio dove la cantante ammette di non avere “grandi motivi per vivere da quando ho trovato la fama”, un verso che riecheggia la frase “vorrei essere già morta” raccolta da un giornalista del Guardian. Quando le cose si mettono male, disse anni fa a The Quietus, non puoi che metterti a pregare. E così, se in “Religion” l’amore sconfina nella devozione religiosa e l’atto di inginocchiarsi in preghiera allude alla fellatio, nella languida e tormentata “God knows I tried” Lana Del Rey supplica Iddio di illuminarle la via. Lo fa cantando nel suo registro più alto, così alto da sembrare manipolato digitalmente in un misto di verità e finzione, di realtà e fantasia che è la cifra stilistica dell’artista. È la cosa più simile a una preghiera che Lana Del Rey abbia mai inciso.