Colui che dava spessore alle chitarre di Clapton

I Cream non sono solo Eric e Ginger Baker: Jack Bruce era un genio e dovremmo ricordarlo più spesso
Colui che dava spessore alle chitarre di Clapton

Eric Clapton non ha bisogno di presentazioni; Ginger Baker, nemmeno. Ma il fatto che quello di Jack Bruce – che ci lasciava esattamente undici anni fa, il 25 ottobre 2014 – non sia un nome noto quanto gli altri, è un’ingiustizia cui dovremmo porre fine. Così come John Bonham non era solo “il batterista dei Led Zeppelin”, Jack Bruce non era solo “il bassista dei Cream”. Era un genio, una voce pazzesca e un compositore che ha ridefinito il linguaggio del rock e del blues.

Nato a Bishopbriggs, vicino a Glasgow, nel 1943, non fu mai un semplice coprotagonista. Lo si pensa (troppo) spesso, quando si tratta di bassisti: è uno strumento a cui tendenzialmente si associa un ruolo di sostegno, o poco più. Bruce lo portò al centro della scena. Il suo modo di suonare — tecnico ma viscerale, melodico e al contempo percussivo — cambiò le regole del gioco. Soprattutto nei Cream, il primo vero power trio del rock che metteva in scena un dialogo continuo tra strumenti, in cui il basso diventava voce e la voce diventava strumento. Brani immortali come “Sunshine of your love” (insieme a Clapton), “White room”, “I feel free” o “Politician” portano la firma di Bruce. E anche quando la parabola dei Cream si concluse, dopo il glorioso triennio compreso tra giugno 1966 e novembre 1968, Jack non smise di sperimentare.

Seppur lontana dai riflettori, intraprese una carriera solista ricca e complessa. Dal jazz rock di “Songs for a tailor” (1969) e “Harmony row” (1971), fino alle collaborazioni con Lou Reed, Tony Williams, John McLaughlin, Robin Trower e Gary Moore, Bruce perseguì sempre un ideale: mai fermarsi, mai ripetersi. Neanche dopo che la salute lo mise alla prova. Nell'estate 2003 gli venne diagnosticato un cancro al fegato; nel settembre dello stesso anno fu sottoposto a un trapianto che rischiò di essergli fatale a causa di una crisi di rigetto. Due anni dopo era già sul palco della Royal Albert Hall di Londra e del Madison Square Garden di New York per riportare in vita i Cream un’ultima volta.

Bruce era un ossimoro vivente. E forse la parte più bella del suo genio sta proprio nel contrasto: tra rabbia e grazia; tra cultura e passionalità; tra l’anima da bluesman e quella da compositore classico. Non tutti infatti sanno che a 17 anni si iscrisse alla Royal Scottish Academy of Music per studiare violoncello e composizione; accanto al blues di Muddy Waters e al jazz moderno di Charles Mingus, si fece spazio una formazione che non lo abbandonò mai e che, di tanto in tanto, gli faceva dire cose come “alcune delle migliori parti di basso mai scritte sono opera di Johann Sebastian Bach”.

Da Bach ereditò il gusto per il contrappunto, particolarmente evidente nei Cream, quando amava giocare e incastrare il suo basso tra voce e chitarra, anticipando la scuola di Paul McCartney post “Revolver”. Se ci si presta attenzione, il suo basso non tiene solo il tempo: crea il tema. E le sue linee – soprattutto in certi casi, come in “Sunshine” – sono epocali quanto i riff di chitarra. Le sue composizioni rompevano gli schemi del blues canonico, tra accordi sospesi e modulazioni impreviste (o imprevedibili), e costringevano Clapton e Baker a spingersi oltre i confini del rock, fondendo jazz, la cosiddetta classica e psichedelia. Ci sarà un motivo se Eric ebbe a definirlo “l’uomo che dava spessore alle mie chitarre”. Chi può dare spessore a una chitarra già così sontuosa ed eterna, se non un genio?

Il suo ultimo disco, “Silver rails” (2014), pubblicato pochi mesi prima della morte, è un saluto elegante e commovente: una raccolta di canzoni mature, riflessive, che raccontano un uomo consapevole del proprio cammino e della propria straordinaria, immensa eredità.

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